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Sabato, 4 Febbraio 2023
accoglienza e inclusione

«L'accoglienza dei minori in regione è gestita in modo decisamente confusionario»

Alla luce di quanto successo a Pasian di Prato, con la morte di Ledjan Imeraj, si torna a discutere a livello regionale della gestione del servizio di accoglienza. Abbiamo ascoltato l'assessore regionale all'immigrazione Pierpaolo Roberti

Quanto successo a Pasian di Prato la notte del 30 dicembre 2022, con un rogo che ha distrutto la comunità di minori stranieri non accompagnati di Aedis e strappato alla vita il diciassettenne Ledjan Imeraj, ha rimesso in luce le tante criticità di un sistema di accoglienza che - è evidente - non funziona. 

Iscritti al registro degli indagati il legale responsabile e l'operatore notturno di Aedis

Come dovrebbe funzionare

I minori stranieri non accompagnati che arrivano in Italia non possono essere respinti: hanno diritto ad essere correttamente identificati e collocati in una struttura di prima accoglienza a loro dedicata, così come stabilito dalla legge 47/2017. Questa la nota all'art. 4 con il testo del comma 1 dell'art.19 del decreto legislativo 18 agosto 2015, n.142:

(...) Le strutture di prima accoglienza sono attivate dal Ministero dell'interno, in accordo con l'ente locale nel cui territorio è situata la struttura, e gestite dal Ministero dell'interno anche in convenzione con gli enti locali. Con decreto del Ministro dell'interno, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze per i profili finanziari, sono fissati le modalità di accoglienza, gli standard strutturali, in coerenza con la normativa regionale, e i servizi da erogare, in modo da assicurare un'accoglienza adeguata alla minore età, nel rispetto dei diritti fondamentali del minore e dei principi di cui all'art. 18. Durante la permanenza nella struttura di prima accoglienza è garantito un colloquio con uno psicologo dell'età evolutiva, ove necessario in presenza di un mediatore culturale, per accertare la situazione personale del minore, i motivi e le circostanze della partenza dal suo Paese di origine e del viaggio effettuato, nonché le sue aspettative future. La prosecuzione dell'accoglienza del minore è assicurata ai sensi del comma 2. 

In particolare, il decreto legislativo n. 142 del 2015 disciplina il sistema di accoglienza specifico per minori non accompagnati, che comprende due livelli di accoglienza, con operatori e strutture specializzati al fine di garantire il loro "superiore interesse". Con risorse europee dovrebbero essere finanziati interventi per realizzare strutture di prima accoglienza ad alta specializzazione, mentre il secondo livello di accoglienza per minori non accompagnati è organizzato prevalentemente all’interno del Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati (ex Siproimi oggi Sai, Sistema di accoglienza e integrazione). 

Come funziona

La realtà è che il funzionamento del sistema è decisamente confusionario, non solo a livello regionale. I continui cambi in seno al ministero dell'Interno, che regola l'accoglienza (non solo dei minori), non hanno certo aiutato la fluidità del sistema stesso, con sigle e controsigle (Cpsa, Cda, Cara, Cid, Cie, Cpr, Sprar) a definire i vari tipi di servizi che, a causa dei tira e molla degli ultimi anni a firma Minniti, Salvini e Lamorgese, non hanno per nulla facilitato né la prima accoglienza né tanto meno quella che avrebbe dovuto essere l'inclusione e l'integrazione dei minori sul territorio italiano. A discapito, ovviamente, di questi ultimi e conseguentemente dell'intera società. Le questioni sono molteplici e riguardano più livelli di intervento: da una parte chi gestisce le strutture, dall'altra chi deve essere gestito e come. In mezzo lo Stato e gli enti preposti. Da una parte i soldi che servono per la gestione dei servizi, dall'altra come vengono spesi. Un esempio: la retta media per persona adulta (quindi non minore) era fino a dicembre 2018 di 35 euro a persona accolta al giorno. Il decreto Salvini ha abbassato queste rette, ora rialzate dopo la riforma Lamorgese, ma il taglio ha limitato fortemente i servizi per l’integrazione, che vanno dall’insegnamento della lingua italiana, alla formazione professionale, fino alla gestione del tempo libero. Tutto questo ha inciso primariamente, infatti, sulla possibilità di inserimento di figure professionali all'interno delle strutture di accoglienza e sulla capacità delle cooperative di partecipare ai bandi territoriali per la gestione dei servizi. La conseguenza è che sono stati incentivati a partecipare ai bandi soprattutto soggetti privati meno interessati alla qualità del servizio offerto e al benessere delle persone e più al profitto. 

In Regione

«La situazione è decisamente confusionaria». L'assessore regionale all'immigrazione Pierpaolo Roberti non fa tanti giri di parole per spiegare cosa deve gestire, sapendo però di avere le mani sostanzialmente legate. «Abbiamo appena varato il nuovo regolamento di gestione delle strutture per minori, ma noi come amministrazione regionale abbiamo competenze limitate, perché si tratta di una disciplina di norme statali», continua Roberti precisando il fatto che oltretutto la responsabilità iniziale va in capo al sindaco del comune dove il minore è stato trovato e identificato e, in seconda battuta, al tribunale dei minori. «Quel che noi possiamo fare è regolamentare l'idoneità delle strutture e chiedere chiarezza sui costi: abbiamo assistito ad una crescita di richieste degli enti gestori che negli ultimi anni hanno aumentato sensibilmente il costo della tariffa giornaliera. Noi non possiamo fissare il prezzo, ma chiediamo che ci vengano comunicati quelli medi applicati e noi, come Regione, copriamo la differenza con il contributo statale che non sempre copre il totale». Questa è una scelta del Friuli Venezia Giulia, l'assessore Roberti specifica che non tutte le regioni italiane fanno altrettanto.

Le strutture che accolgono

Affinché venga aperta una struttura ci sono sostanzialmente due requisiti richiesti: il parere dell'Asl per quanto riguarda gli aspetti sanitari e di sicurezza e l'accreditamento del Comune di pertinenza. L’attività di vigilanza e di controllo in materia di autorizzazioni è svolta dai Comuni con il supporto dei servizi sociali dei Comuni stessi per la valutazione dei requisiti organizzativi e gestionali, di personale e di standard assistenziale e dell’Azienda sanitaria territorialmente competente per gli aspetti relativi ai requisiti igienicosanitari. Questa vigilanza si estende anche alla verifica della permanenza dei requisiti professionali degli operatori, nonché al rispetto dei contratti collettivi nazionali di lavoro e su ogni altro aspetto che incide sull’erogazione del servizio. Ciò significa che per capire se quanto succede all'interno delle strutture si svolge nel pieno rispetto delle regole e degli statuti delle cooperative, sono gli stessi Comuni a doversene occupare.

Il caso Aedis

Quanto è successo a Pasian di Prato ha riacceso i riflettori sul sistema di gestione delle strutture che si occupano di minori stranieri. La cooperativa Aedis era già stata attenzionata dai Nas per il caso di Grions del Torre, dove non erano stati rispettati i requisiti igienico sanitari e c'era un sovraffollamento di ospiti. Oltretutto, quella struttura in particolare ha una gestione completamente diversa da tutte le altre, perché Aedis aveva un contratto di albergaggio con la società Bco di Grions, alla quale in teoria venivano pagati 40 euro al giorno a ragazzo: il contratto prevedeva che il gestore fornisse i pasti e l’alloggio e avrebbe dovuto garantire le pulizie delle parti comuni. «Fa specie che quella, come altre, siano strutture nate per emergenza e che ora siano diventate fisse: ovvero case dove accogliere anche minori stranieri non accompagnati che spessp  arrivano anche da altre regioni», continua Roberti, riferendosi nella fattispecie a quegli edifici accreditati in periodo covid, tutti in capo alla cooperativa Aedis. «In quel frangente si è bypassata la norma senza passare per l'accreditamento per l'eccezionalità del momento, dovendo trovare dei luoghi per far fare la quarantena ai ragazzi, ma ora l'emergenza è finita ma le strutture rimangono», commenta l'assessore lasciando intendere la non limpidità dell'operazione. A controllare, come ripetuto più volte dall'esponente della giunta, dovrebbero essere i Comuni dove le strutture sono aperte. 

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