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Il terremoto, la ricostruzione e la loro narrazione visti da una "foresta"

Oggi 6 maggio è il 46esimo anniversario del devastante sisma che ha colpito il Friuli Venezia Giulia nel 1976. Come vive questi momenti una veneta trapiantata in regione

C’è una data sul calendario di maggio che per ogni friulano è segnata in rosso, non importa in quale giorno della settimana cada. Una data indelebile nella memoria di ognuno, a qualsiasi età. I più anziani si ricordano perfettamente dov’erano e cosa stavano facendo. I più giovani, che non hanno vissuto quei momenti, li rivivono nei racconti dei ricordi di parenti e amici. È il 6 maggio, la data del devastante terremoto che rase al suolo 45 comuni e provocò la morte di 990 persone. I sismologi dicono che fu il quinto peggior evento sismico che abbia colpito l’Italia nel ‘900. Oggi, 6 maggio 2022, sono passati 46 anni da quel momento terribile.

L'orgoglio di una comunità

All’epoca ero troppo piccola per ricordarmi qualcosa. La scossa si è sentita anche a Treviso, dove abitavo. La mia famiglia racconta che abbiamo dormito in macchina quella notte, per la paura che ci fossero altre scosse ancora più forti. Nessuno immaginava cosa fosse successo in Friuli. Poi le vicissitudini della vita mi hanno portata a trasferirmi a Udine nel 2008. Sono una friulana d’adozione quindi. Nei racconti che ho sentito negli anni sul terremoto mi è saltato agli occhi un filo conduttore. Una sorta di orgoglio partecipato per aver superato insieme uno dei momenti peggiori della storia del Paese. E di aver dimostrato al mondo intero cosa vuol dire far parte di una comunità senza divisioni. Più passano gli anni più la vera eredità di quel terremoto catastrofico diventa l’elogio alla fierezza solitaria del popolo friulano. Che vuole fare da solo, ma che ha l’umiltà di chiedere aiuto nel momento del bisogno. Come se nascere in terra friulana ti dia un imprinting di capacità tecniche e di resilienza, un’eredità intrisa nel Dna. Il friulano non si ferma davanti alla sofferenza. Chiude la bocca e tira dritto. C’è un proverbio veneto che mia nonna ripeteva spesso, rivolta alla sorella che aveva sposato un ragazzo originario di Venzone: “Dai Furlans, tre pas lontan”. L’ho sempre interpretato come un misto di ammirazione per la solidità e di invidia per la semplice tenacia senza fronzoli. Non aveva nulla contro quel ragazzo, ma percepiva di avere a che fare con un mondo a parte. Un po’ la sensazione che ho sempre avuto io: persone dure all’apparenza, taciturne e concrete. Di quelle con cui inizialmente si fa fatica ad entrare in confidenza, ma per le quali lealtà e integrità sono dei capisaldi. Una frase che mi ha sempre colpita molto e che risuona in tutte le conversazioni sul terremoto è “Il Friuli ringrazia e non dimentica”. Una frase semplice, ma potente, che racconta in modo diretto il popolo friulano nella sua particolarità, nel suo modo unico di vedere la vita. Un modo che ho imparato a conoscere che ogni tanto però mi spiazza ancora, da veneta trapiantata in Friuli.

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