Piume bianche del Fogolâr Civic per gli “imboscati” del Caffè Dorta

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di UdineToday

"Nel trinceron del Dorta ci stanno gl'imboscati / hanno gambali lucidi, colletti inamidati...": quanti ricordano quella strofetta che canzonava amaramente certo bel mondo in uniforme e non, affollante, superbo, gli ambiti tavoli del rinomatissimo Caffè Dorta di Udine, nella centrale Via Mercatovecchio, lo stesso bel mondo che, in Italia, in Austria, in Germania, in Russia, in Francia, in Inghilterra, volle e diresse una guerra ottocentesca con micidiali armi del secolo XX sacrificando inutilmente milioni di umili fantaccini? Se l'è ricordata immancabilmente il Movimento Civico Culturale Alpino-Adriatico "Fogolâr Civic", guidato dal prof. Alberto Travain, il cui direttivo s'è radunato proprio di fronte all'ex Caffè Dorta, nel centenario della Grande Guerra italo-austriaca 1915-1918, a ridosso del 24 maggio, anniversario dell'inizio delle ostilità, sfoderando per l'occasione piume bianche di codardia - chi no rammenta il celebre film "Le quattro piume", dal romanzo omonimo dell'inglese Alfred Mason, del 1902? -, civico "j'accuse" nei confronti degli altolocati irresponsabili che mandarono al macello tanta gioventù ubriacandola di grappa e retorica. "Traditori signori ufficiali / Che la guerra l'avete voluta / Scannatori di carne venduta / E rovina della gioventù": così un'altra struggente canzone di guerra sfuggita alla censura e al ricordo di maniera. "Pare impossibile - ha commentato il prof. Travain - che dopo cento anni, in un'Italia che si dice democratica, uscita dalla grande esperienza volontaria della Resistenza al nazifascismo, si debba notare come innanzitutto tra le associazioni d'arma, a pieno titolo prime promotrici della memoria dei caduti, non si levi sovente il minimo cenno di esplicita condanna nei confronti dei guerrafondai, di coloro che hanno deliberatamente confuso il valore sacrosanto della Patria con il mero interesse di uno Stato, delle sue classi dirigenti oltreché di certe frange estremiste: basta deporre una corona agli Italiani ed una agli Austriaci per essere buoni cittadini e patrioti di una Patria che oggi raggiunge i confini dell'Europa e dell'Umanità? Non è forse ora di fare un distinguo: di onorare i morti e di condannare chi ordinò il massacro della gioventù europea per ridisegnare barbaricamente su base etnica la carta politica del Continente? Siamo stati i Barbari del Novecento: abbiamo distrutto l'idea di uno Stato sovranazionale che fu bandiera dei padri latini, tra cui l'eponimo friulano Giulio Cesare; abbiamo lacerato l'anima e il corpo di tante terre e popolazioni ridotte a frontiera ed a sentinella di una nazione contro le altre; abbiamo trasformato in stranieri e nemici compaesani e vicini di casa. Con quali risultati? Tragedie ancor peggiori di quelle dell'Europa dell'Ancien Regime, che, a differenza dell'attuale, ancorché divisa, gestiva il mondo. Le tragedie etniche relativamente recenti di Bosnia e Kosovo non sono state in fin dei conti figlie dei nazionalismi per cui tanti nostri bisnonni furono mandati, in divisa sabauda, a uccidere e a morire su Carso e Dolomiti? Vogliamo semplicemente ricordare oggi tutto questo senza spendere una parola in più oltre a quelle di rispetto e compassione che ai defunti non si negano mai? "Colonnello che piangeva / a veder tanto macello / fatti coraggio Alpino bello / che l'onore sarà per te": quanti s'indignano, ad un concerto alpino, dopo cento anni, di fronte a parole e conclusioni simili? Quanti riflettono veramente, quanti s'interrogano e cercano di darsi e di dare una risposta a tutto questo nell'attualità? Limitarsi a ricordare, a onorare il sacrificio, il senso del dovere, significa davvero omaggiare quei caduti? Ricordare non acriticamente per non ripetere acriticamente: questo dovrebbe essere il principio conduttore del 'bonus civis', del 'buon cittadino'" ha detto il presidente del Fogolâr Civic, concludendo, al Caffè Contarena di Udine, il suo corposo discorso nel centenario della "Vuere dal '15", come si definisce in friulano udinese il conflitto scoppiato un secolo fa. Un discorso, orgogliosamente pronunciato in madrelingua "foroiuliensis" ovvero il "furlan", eredità della grande Aquileia, "madre e regina della Mitteleuropa nonché dell'unione delle sue genti", allocuzione con cui il prof. Travain ha inteso tratteggiare il quadro dei principali soggetti ai quali il sodalizio civista da lui presieduto vuole rendere omaggio, nel ricordo di quella che ha definito, con occhi moderni, anche come una sorta di "guerra civile" friulana e italiana oltreché continentale e globale. "Onore alle nostre popolazioni vittime di eserciti nemici ed 'amici', a partire dai "fassinârs di Vilès", i civili friulani fucilati a Villesse dal 'liberatore' esercito italiano nel 1915, e dai loro compatrioti austroungarici sloveni di Idrsko! Onore a certo coraggioso clero, a certi pastori figli del Friuli che furono accusati di tradimento per essersi fatti promotori di pace e per non aver abbandonato il proprio popolo in balia degli eventi in seguito ai rovesci dell'armata di Cadorna: dai presuli Isola e Pelizzo ai sacerdoti Lozer e Merlino! Omaggio agli internati, ai deportati, ai prigionieri e segnatamente agli ammutinati, agli eroici ribelli, che in tutti gli eserciti seppero insorgere contro la follia di una tragedia immane: il ricordo innanzitutto va agli alpini "fusilâts" di Cercivento nel 1916 e ai fantaccini della Brigata Catanzaro decimati a Santa Maria la Longa nel 1917! Omaggio a chi, per lealtà manifesta al proprio Paese sconfitto, fu perseguitato, costretto all'esilio, dai vincitori: onore ai valorosi rappresentanti friulani al parlamento di Vienna, Bugatto e Faidutti! Onore innanzitutto ai 'batûts', ai vinti, ai 'dismenteâts', ai dimenticati per ragion di stato, per volere di regime! Omaggio a quanti combatterono, soffrirono, caddero, nelle nostre terre, senza violarle!''. Al "Contarena", il Fogolâr Civic ha anche presentato una sorta di proprio specifico manifesto culturale commemorativo di quella tragedia, intitolato "Ai Nostri Eroi...". Eccone il testo: "'… Tra i 27 mila disertori ci furono anche quelli che sapevano esprimersi con parole e scritti e che, semplicemente, ripudiavano la guerra. E lo fecero in tanti modi. Furono gli antesignani dell'obiezione di coscienza. Né vili né traditori, ma solo coscienti di non essere bestie destinate al macello a causa di un pugno di forsennati, con a capo Cadorna. (…) Tra i disertori condannati vi furono 650 friulani; 2.500 i deferiti al tribunale militare, poi completamente assolti. Si calcola che fra i deferiti circa un migliaio ebbe coscienza e coraggio, anticipando di oltre cinquant'anni l'obiezione, oggi organizzata e riconosciuta dalla legge. Di questi uomini che, soli contro tutti, vituperati, offesi, vessati e incarcerati a causa di una retorica senza senso, seppero elevarsi e mostrare il vero volto del coraggio, ne ricordiamo alcuni: don Guglielmo Gasparutti (1874-1923), don Gabriele Pagani (1879-1940), giornalista e direttore del Corriere del Friuli, entrambi condannati dal tribunale di guerra di Codroipo; Guglielmo Buiatti di Trivignano Udinese, personaggio che mantenne sempre fede al suo convincimento e all'ideologia del pacifismo; Primo De Cecco di Latisana; Ottavio Baradel di Talmassons; Rinaldo Bulfon di Tarcento e l'anarchico tolmezzino Mario Costa (scienziato e docente universitario della facoltà di fisica alla Normale di Pisa) che si difese davanti al tribunale militare illustrando la sua ideologia e la filosofia del rifiuto, rendendo ragione all'inappuntabilità della sua scelta. Oltre alle otto guardie di Finanza fucilate a San Daniele, e ai cinque cittadini di Pulfero è ancora viva nella memoria degli abitanti di Cercivento la fucilazione avvenuta tra gli alpini del batt. Tolmezzo che colpì alcuni loro paesani alle armi: Matiz Basilio, Ortis Silvio, Corradazzi Giobatta, Massaro Angelo. Altri ottanta alpini furono condannati a pene detentive…'. A queste nobilissime note di Antonio Lenoci, giornalista friulano d'origini pugliesi, compianto cultore di storia patria, noi cittadini del Movimento Civico Culturale Alpino-Adriatico "Fogolâr Civic", promotori orgogliosi delle tradizioni plurimillenarie che uniscono i popoli in questo nostro crocevia d'Europa, affidiamo il compito di rappresentare nel miglior modo i nostri sentimenti nei confronti della guerra in genere e, nello specifico, di un conflitto che consideriamo più di ogni altro contro noi stessi, genti che nel segno della Madre Aquileia, antica regina delle nazioni tra Danubio e Quarnaro, seppero creare un'unità europea molto prima e meno superficialmente degli attuali burocrati di Bruxelles. Ai versi di un amico, Giuseppe Capoluongo, udinese nativo campano, ecco, infine, il compito di rievocare la tragedia di quella follia di cui ricorre ora il centenario". A seguire, il struggente testo poetico di Capoluongo, intitolato "Era il 15-18", primo classificato al premio letterario Nuove Parole 2014 di Vermiglio (Trento): "Cosa raccontano le pietre / ancor lorde di macchie nerastre / sangue che in terra ha fatto concime / qualche ciuffo un arbusto un cespuglio / ogni roccia una storia un agguato / baionette innestate nel vento / e il canto di mitraglia nella carne / urla inutili lanciate nell'aria / accorato richiamo alla mamma / e le lacrime del grande macello / all'aperto tra le rocce stupite / oh l'Italia il Regno i Savoia / le trombe che suonan la carica / dentro al fango di tristi trincee / dove ancora una scritta un pezzetto / d'una storia ch'è stolido orrore / il morire per volere di altri / dentro al greto di creste ghiacciate / campi non più seminati / una guerra per quale potere? / l'egoismo incosciente dei capi / comandanti che ti giocan la pelle / tradimenti imboscate la fame / tra le rocce di quel triste confine". Nume tutelare, logo, riferimento culturale assunto nel "manifesto" del Fogolâr Civic: la figura del "mitico principe troiano Antenore, profugo di guerra e padre di una patria alpino-adriatica di cui fondò anche la stessa metropoli di Aquileia," che "fu ingiustamente perseguitato da nomea di traditore per i suoi meriti pacifisti tesi a scongiurare l'epico conflitto che avrebbe condotto alla distruzione della sua città". "'Antenoridi' ovvero figli di Antenore: così ci definì un'ara aquileiese d'epoca romana" continua il documento sociale: "onoriamo, quindi, in quel progenitore le nostre migliori radici d'impegno a favore della pace e della concordia tra le genti!".

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