«Mio figlio è morto come un cane, gli si renda giustizia»

L'appello del padre di Marco Rizzetto, deceduto dopo un incidente stradale nel 2014, che si oppone all'archiviazione del caso

“Signor Giudice, si metta una mano sulla coscienza: non archivi il procedimento di omissione di soccorso nei confronti di chi ha lasciato morire come un cane mio figlio. Gli renda giustizia”. 

A lanciare l’accorato appello, rivolto al giudice della Procura di Pordenone dott.ssa Piera Binotto, è Giorgio Rizzetto, il papà di Marco, il giovane di 23 anni deceduto giusto due anni fa, il 2 maggio 2014, in un tragico incidente dai risvolti inquietanti: il genitore si sta battendo con ogni mezzo per fare piena luce sulle circostanze del sinistro, assistito da Studio 3A, la società specializzata a livello nazionale nella valutazione delle responsabilità civili e penali, a tutela dei diritti dei cittadini, a cui si è rivolto assieme ai suoi familiari, attraverso il consulente Diego Tiso.

E' stata presentata opposizione contro l'archiviazione dell'inchiesta sull'omissione di soccorso a carico di Daniele Colautto - coinvolto nella vicenda - e la Procura di Pordenone ha disposto ulteriori accertamenti per stabilire con certezza come e quando sia sopraggiunta la morte del ragazzo.

Il Pubblico Ministero, dott.ssa Monica Carraturo, tuttavia, avrebbe confermato la richiesta di archiviazione. Di qui l'appello di Rizzetto al giudice che il prossimo 12 luglio sarà chiamato a esprimersi definitivamente sul caso. Queste le parole di Giorgio Rizzetto:

“Non c'è alcuna prova provata della morte sul colpo di Marco, sul quale non è stata predisposta alcuna autopsia, una delle tante lacune delle indagini, così come quella di non aver verificato i tabulati telefonici del marito della Tabino– ripete Giorgio Rizzetto - Ma poi, perché arrovellarsi tanto su questo aspetto. Il reato Colautto l'ha commesso nel momento stesso in cui è fuggito non preoccupandosi minimamente di controllare le condizioni di chi c'era nell'altra vettura, che distava non più di dieci metri: lui non lo poteva sapere se mio figlio era morto o meno, le sua colpa c'è tutta nel momento in cui è scappato. La dottoressa Scibetta dal canto suo, chiamata sul luogo dell'incidente dalla sua amica e guidatrice dell'auto che ha provocato il disastro, si limita a chiamare a voce alta e a distanza gli occupanti della macchina investita senza soccorrere nessuno, non sapendo spiegare al 118 nemmeno se ci siano una o più persone a bordo e in che condizioni siano. Eppure, un medico ha l'obbligo di assistere e di soccorrere i feriti. E inoltre, nel caso, avrebbe potuto certificare la morte. L'omissione di soccorso per questa dottoressa doveva scattare d'ufficio da parte del Pm, essendo ancora più evidente per il dovere che ha come medico. Non è possibile una tale superficialità da parte di tutti in questa vicenda.Questi due personaggi dovrebbero essere condannati solo perché hanno abbandonato una persona moribonda in un'auto incidentata, mettendo in atto una serie di depistaggi per salvare loro e l'investitrice: Marco non era incastrato all'interno, si poteva intervenire aprendo la portiera destra. Poteva benissimo avere perso i sensi o essere impossibilitato a parlare. Il dubbio atroce che nostro figlio si sarebbe potuto salvare, se si fossero chiamati tempestivamente i soccorsi, è per noi un costante tormento. Il 12 luglio lei, signor giudice, si esprimerà sull'ennesima richiesta di archiviazione sull'omissione di soccorso, alla quale noi ci siamo energicamente opposti, consentendo anche la riesumazione della salma per una TAC o una risonanza magnetica total body – conclude il papà -. Una decisione per noi molto sofferta ma che abbiamo preso nella speranza di capire se mio figlio, come crediamo e temiamo, sia stato lasciato morire, e di vedere condannato alla giusta pena chi si è macchiato di questo misfatto. Nulla ci restituirà nostro figlio, ma sarà per noi un motivo di consolazione sapere di avergli quanto meno reso giustizia. Non può passare il concetto che una qualsiasi persona possa essere abbandonata e lasciata morire, tanto poi la si passa liscia”.
 

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