«All'ospedale di Udine ho capito come vengono utilizzate magnificamente le nostre tasse»

L'elogio arriva dal giornalista e scrittore Pietrangelo Buttafuoco, che in una lunga intervista su La Verità ricorda il ricovero del figlio

Pietrangelo Buttafuoco

«Ho affrontato le mie esperienze di malato sempre nel pubblico, e per inciso sempre al Nord. Lo spavento più grande l'ho vissuto a Udine con un ricovero urgente di mio figlio (due anni fa ndr) e lì ho capito come magnificamente vengono utilizzati i soldi delle nostre tasse». Le parole sono di Pietrangelo Buttafuoco, giornalista e scrittore di alto livello. In una lunga intervista sul lockdown concessa a Stefano Filippi e pubblicata lunedì su La Verità l'intellettuale catanese, risponendo al quesito su quale – tra pubblica e privata – sia la società migliore, elogia il settore pubblico prendendo spunto proprio dal servizio garantito al figlio al Santa Maria della Misericordia. Il dialogo si articola poi su diverse tematiche. Un breve stralcio

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Sarà un' Italia migliore quella che uscirà dal lockdown?
«Per diventare migliori ne usciremo sicuramente peggiori. L' Italia ha subito tante spoliazioni, ci hanno tolto l' industria chimica e ridotto a una barzelletta quella automobilistica. Ora penso al danno enorme inferto al turismo, non ultima questa idea straordinaria dei box in plexiglas trasparente che trasformerà tutte le a-a-bbronzatissime in squagliatissime. Semplicemente, dovremo ricominciare».

«Abbiamo avuto due traumi fondamentali nella nostra storia recente: l' alluvione di Firenze e il terremoto nella valle del Belice. Quei due capitoli sono rimasti più impressi nella nostra memoria e nella nostra carne. Ne nacque una mobilitazione di giovani straordinaria nel fango e nelle pietre. Adesso che cosa è necessario? Abbiamo bisogno di pasta, pane e carne. Tutto deve ripartire dalla terra. E allora i ragazzi che non stanno andando a scuola devono prendere la maturità con la zappa. Lo chiede la natura stessa: la campagna non si ferma mai, lo vediamo guardando di sottecchi dalle nostre finestre. Il vero proposito del dopo dovrebbe essere questo. Dare alle ragazze e ai ragazzi la possibilità di acchiappare la zappa, salire sulle trebbiatrici e ripartire da lì».

Che cosa scegliere tra libertà e sicurezza?
«All' indomani dell'11 settembre gli aeroporti introdussero i controlli con il termoscanner, che ora però sono dappertutto. Ormai siamo soltanto dei colli rintracciabili, la nostra è un' esistenza da codice a barre. I microchip sottopelle riferiranno a una centrale non solo il livello degli zuccheri e della temperatura, ma mi avventuro a immaginare anche i movimenti più intimi e segreti, i contorcimenti del ventre, il sedimentarsi della forfora, il cerume nelle orecchie, e anche lo sfintere che evacua. Ma soprattutto registrano la rabbia: dopodiché scatta il lockdown globale».

Lavoro o salute?
«Negli anni Cinquanta e Sessanta quelli come me che vengono dalle terre remote del Sud si inebriavano respirando lo smog. Lasciavamo i posti salubri, il sole, il mare, le belle giornate, per andare incontro alla nebbia che ci riscattava da uno stato di minorità sociale. L' odore delle fabbriche era l'odore della libertà e dell' emancipazione».

Andrà davvero tutto bene?
«Io ne conosco tantissimi che hanno già perso il lavoro. Due soltanto nel mio nucleo familiare. Non è arrivato un soldo che sia uno. E da quando è cominciata questa storia purtroppo è tutto un telefonare per lutti che capitano come le ciliegie, uno tira l' altro. Il mio paese, Agira, è zona rossa. Per non dire di quella storia terribile che è l' Oasi di Troina. Da ragazzo ci ho lavorato e vivo questa situazione immerso in mille pensieri».
 

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