Una friulana all'Accademia Nazionale di Danza di Roma, la storia di Erica

Erica Modotti, 34 anni di Udine, è arrivata prima per punteggio alle selezioni per la prestigiosa Accademia di Danza, l'unica riconosciuta in Italia dal MIUR al pari di un titolo di laurea. Il traguardo della friulana dedicato ai performer duramente colpiti dalla pandemia

Erica Modotti - Foto di Renato Patat

"Probabilmente nella mia vita ho più danzato che camminato.  Dovevano iscrivermi alla scuola di musica, ma io guardavo i quadri delle ballerine e così a 4 anni ho iniziato a danzare. E non ho più smesso”.

Ce lo racconta, un po’ trafelata, tra una lezione e l’altra, Erica Modotti, 34enne di Udine, selezionata tra migliaia di candidati per il prestigioso biennio specialistico all’Accademia Nazionale di Danza di Roma.

Oltre al prestigio dell’Accademia e al competitivo programma c'è di più: l’istituto romano è l’unico in Italia la cui alta formazione artistica viene riconosciuta dal MIUR al pari di un titolo di laurea.

Un traguardo, ci racconta Erica, importante che dà il “La” a un nuovo percorso formativo nel mondo della danza e che, come tutta la strada percorsa finora nell’universo complesso e difficile dell’arte, sarà sicuramente impegnativo, ma che di certo potrà dare grandi risultati.

L'ammissione

Anzi, un risultato la ballerina udinese l’ha già raggiunto: Erica è arrivata infatti prima per punteggio alle selezioni (per gli esterni all’Accademia) alle quali hanno partecipato giovani da tutta Europa.

“Nulla di speciale e sicuramente la fortuna ha aiutato – ci contraddice - C’è tanto, tantissimo da imparare. Qui sono una principiante, ricomincio tutto da zero. E sono felice così.”

Ma dietro al successo, ai lunghi capelli biondi, al fisico statuario e al sorriso dolce di Erica ci sono però – come traspare dalla sua voce – determinazione e anni di studio, di muscoli strappati e piedi in scarpette minute che nonostante le piroette e i volteggi sono sempre rimasti saldamente ancorati al terreno e alla realtà.

“La danza non è mai stato considerato un vero e proprio lavoro, come quello di tutti gli artisti in generale. Ma se si sceglie di seguire un sogno, a prescindere dal sentir comune, è giusto farlo al 100%, accettando i sacrifici di tempo e di vita che vengono richiesti – conclude - La danza ne richiede molti, ma per chi ama l’arte in qualsiasi forma, lo sforzo è completamente ripagato dalle emozioni e dalla passione”.

La storia

“Ballare è qualcosa che mi ha sempre perseguitato – racconta la performer – Dopo la laurea al politecnico di Milano in Design di interni, sono tornata a Udine. Erano gli anni in cui la crisi aveva bloccato molti settori – prosegue - Per portare avanti la mia passione ho quindi conseguito un diploma di insegnamento a Milano, studiando per altri due anni, per poi insegnare nella mia regione prima a Gorizia e poi a Udine, nella scuola di danza che mi aveva cresciuta (la scuola di danza Ceron)”.

“Ho proseguito per sette anni fino al momento del primo lockdown – continua - Un momento estremamente difficile per il mondo artistico – prosegue – Un momento che, però, mi ha dato lo stimolo per fare un passo di crescita e per migliorare le mie capacità di insegnamento”.

L’audizione

“Da qui, grazie al supporto di Elisabetta Ceron e di sua figlia, ho cominciato a prepararmi per l’audizione per l’Accademia Nazionale di Danza di Roma che prevedeva una prima selezione tramite curriculum, una seconda tramite audizione e un terzo colloquio con la commissione".

"E così, dal Lockdown e dalle consapevolezze acquisite durante quel momento, è nato un sogno. Ora mi aspetta il biennio specialistico contemporaneo all’Accademia, anzi è già cominciato”.

“Il mio sogno? Perché averne solo uno? – conclude -  Continuare ad insegnare, stare con le persone, trasmettendo la mia passione per questa disciplina offrendo la massima qualità di insegnamento basata su una solida formazione. Difficile dire ora cosa riservi il futuro, con la situazione in corso. Sicuramente però in questo momento vorrei esprimere la mia vicinanza a tutti i performer duramente colpiti dalla crisi globale e in parte, dedicare questo traguardo a tutti loro per ricordargli che l’arte sopravvive a tutto. Anche alla pandemia”.

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