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Il film in sala: "Le paludi della morte" di Ami Canaan

Puntata della rubrica di Luigi Virgolin del Comune di Bologna, friulano di Sottoselva. Ogni settimana ci presenta una pellicola da vedere: per capire, per criticare, perché è il cinema"

Texas, Inferno. C’è una dimensione fisica in questo film, visualizzata dai killing fields del titolo originale, luogo maledetto, gorgo delle paludi dove sembra piovere sempre, buco nero da cui riaffiorano cadaveri di giovani donne seviziate e mutilate. E ce n’è una morale, metafisica e asfissiante, che diventa il confine tra civiltà e wilderness americane, ma anche tra Bene e Male, attraversata da condotte individuali che, anche se fuori dalla loro ordinaria giurisdizione (o proprio per questo), dovranno fare i conti con le proprie responsabilità.

Le paludi della morte, ispirato dalle memorie di un poliziotto alle prese con una serie di delitti irrisolti, si colloca pienamente all’interno del genere poliziesco, uno dei più codificati e regolamentati del cinema. Dietro la macchina da presa Ami Canaan Mann, ossia la figlia di Michael Mann, qui nelle vesti di produttore ma soprattutto regista di Manhunter – Frammenti di un omicidio (1986), Heat (1995), Nemico pubblico (2009). La figlia, addestratasi esteticamente in questi anni nella palestra di analoghe serie televisive, è evidentemente in cerca di una voce personale, cosicché la regia si dà un gran daffare per non apparire convenzionale, e in parte ci riesce, ma si lascia anche dietro delle sequenze stilisticamente slegate. La debolezza principale del film risiede nella scrittura, in particolare nei dialoghi piuttosto piatti, e in alcuni snodi narrativi irrisolti.
 

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