Il film in sala della settimana: "Hugo Cabret" di Martin Scorsese

Pronta la nuova puntata della rubrica di Luigi Virgolin della Cineteca di Bologna, friulano di Sottoselva. Ogni martedì ci presenterà una pellicola da vedere: per capire, per criticare, perché è il cinema

ll cinema salva la vita. Letteralmente, se a tirarsi fuori dai guai è il piccolo Hugo, memore delle imprese di Harold Lloyd in Preferisco l’ascensore (1923). Perché vocazione e fonte di ispirazione continua, se si tratta di Martin Scorsese che da decenni affianca al lavoro di regista quello di storico/filologo/conservatore della storia del cinema, grazie agli sforzi profusi con la Film Foundation e la World Cinema Foundation. Non è difficile scorgere in filigrana, dietro a questo meraviglioso congegno in 3D, i tratti biografici del maestro italoamericano, nella doppia veste di autore e cinefilo: sognare e porre le basi per continuare a sognare. Così la vicenda del pioniere George Méliès, la figura al centro del film, un po’ mago illusionista un po’ orologiaio artigiano, è un atto d’amore per il cinema del passato, tutto quanto, linfa vitale per quello a venire.

Hugo Cabret è per diritto di nascita un film per ragazzi, considerato che al principio c’è il bel romanzo per parole e immagini di Brian Selznick con le sue invenzioni visive. Un romanzo di formazione per entrambi i giovani protagonisti che devono fare i conti con la fatica e il mistero dell’essere al mondo, lei incapace di abbandonarsi alla vita se non nei libri, lui che vi assiste indifeso e spaurito da dietro le grate e gli orologi. Ma la cinefilia sparsa a piene mani fa del film un autentico scrigno per ogni amante della settima arte, con immagini sature di memoria cinematografica, certe più dichiarate che rimandano ai fratelli Lumière, a Buster Keaton, a Charlie Chaplin, a Douglas Fairbanks, alle eroine e agli eroi della stagione d’oro del muto. Certe altre più velate ed indirette dietro cui si cela, ad esempio, l’Hitchcock de La finestra sul cortile per le scenette quotidiane osservate alla stazione di Montparnasse.

Discostandosi dal libro, Scorsese accentua più nettamente il corpo a corpo tra la parola scritta e l’immagine, facendo naturalmente pendere l’ago della bilancia per la seconda. Verdetto finale: le immagini in movimento fissate su celluloide sono della materia di cui sono impastati i sogni e rispondono a logiche analoghe a quelle che governano il funzionamento della memoria. Forse qualche passaggio nella parte centrale del film non è risolto in modo del tutto convincente. Ma al termine della visione siamo ampiamente ripagati dall’inesauribile stupore che si prova nell’assistere a un sogno in pieno giorno. O nello scoprire, davanti alla sfinge che ci interroga, ciò a cui siamo chiamati nel disegno universale.

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