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Friuli Future 2013: "diversificare i canali di credito per aprirsi al futuro"

Il 95 per cento delle imprese italiane ha meno di 10 dipendenti, una bassa patrimonializzazione e un ricorso esclusivo al credito bancario. "Bisogna aprirsi al cambiamento e trovare altre occasioni di sviluppo per le imprese"

Imprese italiane per il 95% con meno di 10 dipendenti, con bassa patrimonializzazione (la quota di patrimonio è di oltre 10 punti inferiore a quella delle francesi e britanniche), con un ricorso prevalente – se non esclusivo – al credito bancario, costo del denaro penalizzante rispetto a concorrenti europei e, di conseguenza, maggiormente sfavorite di fronte al credit crunch. È la fotografia del presente italiano da cui si è partiti per tracciare le linee possibili della “Finanza del futuro”, nell’incontro che si è tenuto nella sede Confapi Fvg di viale Ungheria per Future Forum 2013, la rassegna che riflette e presenta gli scenari possibili dei prossimi 15-20 anni nei principali settori dell’economia e della società. A parlare di nuovi modalità di reperire credito e finanziare la crescita delle imprese sono intervenuti Alessandra Bechi, Direttore Ufficio Tax & Legal e Affari Istituzionali dell’Aifi, Barbara Lunghi, Responsabile dei mercati per le Pmi di Borsa Italiana, Marco Morganti, direttore generale di Banca Prossima, moderati da Roberto Calugi della Camera di Commercio di Milano.

Tutti concordi nella necessità di aprirsi al cambiamento, di non bloccarsi su un'unica fonte di finanziamento, di spingere sulla trasparenza, sulla voglia di cambiare le regole del “gioco” e sulla volontà di mettere in piedi progetti di sviluppo sostenibili. È stato Calugi a introdurre quelle che sono parole chiave di questa propensione al cambiamento. Minibond (la nuova possibilità per le imprese non quotate e Srl di emettere obbligazioni), equity, crowdfunding (a proposito del quale l’Italia è stata peraltro il primo Paese europeo a dotarsi di una normativa dopo gli Usa), quotazione in borsa. Percorsi che ancora non hanno attecchito con decisione tra le Pmi italiane, ma che rappresentano indubbie occasioni di sviluppo futuro. E che sono già un “presente” per quelle imprese che hanno capito che il cambiamento è irreversibile e che un unico canale di finanziamento non può rappresentare una risposta alla crescita.

«Le potenzialità del capitale rischio sono molte – ha precisato Bechi –. In Italia si fanno circa 270 operazioni l’anno sul capitale di rischio, ma l’equity non è uno strumento per tutti: va bene per quelle imprese che vogliono fare il salto dimensionale, vogliono internazionalizzarsi, hanno un progetto preciso di crescita e vogliono condividerlo con un socio esterno al capitale». Dov’è il problema? Il principale è la diffidenza, perché «si apre il capitale, si condivide la strategia con il nuovo socio, e anche se l’imprenditore resta l’uomo chiave, deve condividere. Per alcune realtà imprenditoriali questo è ancora una difficoltà. Ma aprirsi è necessario, come è necessaria la trasparenza e la volontà di crescere per accedere a questo percorso». 

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