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Luca e Nadia in una foto su Facebook

Luca e Nadia in una foto su Facebook

Riabilitazione negata dopo l’incidente: la mamma ottiene un posto letto per il figlio con un appello su Facebook

Luca Zamero, 26enne di Udine, ha avuto un incidente in scooter e gli serve una riabilitazione intensiva, ma il Gervasutta gliel'ha negata perché l'ospedale è riservato covid. Sua mamma Nadia ha scritto un lungo post sui social, arrivato fino all'assessore Riccardi, che ha mosso la macchina sanitaria per trovargli un posto

Questa è una storia che parla della forza di una madre di fronte a muri che sembrano troppo alti e spessi per essere abbattuti. Una madre che però trova il modo di essere più forte degli ostacoli che le circostanze le mettono davanti, per amore di suo figlio. Ma è anche una storia che riguarda tutti noi, che siamo calati in un'epoca storica eccezionale, dove una pandemia mondiale sta condizionando le nostre vite in maniera totalizzante.

La storia

Nadia Fileccia ha 56 anni e ha un figlio, Luca Zamero di 26 anni, che ama immensamente. Luca fa il rider e lo scorso 21 marzo, mentre tornava a casa dopo una giornata di lavoro, è stato centrato in pieno da un'auto che ha mancato una precedenza. Luca rimane ferito, ha diverse fratture e viene operato all'anca all'ospedale di Udine: da tre settimane è ricoverato nel reparto di ortopedia del Santa Maria della Misericordia,ormai l'unico covid-free di tutta la regione.

«Dal momento in cui mio figlio ha subito un incidente durante il periodo Covid, mi sono resa conte di come la realtà sanitaria sia mangiata da questa pandemia e di come il malato covid abbia la precedenza su tutti gli altri». Dopo tre settimane di degenza e una delicata operazione all'anca, per Luca è cominciato il decorso operatorio al quale dovrà seguire la riabilitazione. Ma a Nadia viene riferito ieri mattina, dal medico ortopedico dell'ospedale, che il Gervasutta di Udine ha respinto entrambe le richieste avanzate per poterlo ospitare. Il motivo? L'istituto di Medicina Fisica e Riabilitazione è riservato ai pazienti covid e non si possono accettare altri degenti.

Per Nadia questa è una doccia fredda: senza un aiuto la riabilitazione di Luca è impossibile. «Mio figlio è sopravvissuto e per fortuna non rimasto paraplegico, ma per rimettersi in piedi ha bisogno di una riabilitazione intensiva. Io sono impazzita alla notizia che al Gervasutta non lo avrebbero preso». Così Nadia si sfoga e, su consiglio del dottor Collini dell'ospedale di Udine («m iha detto di battere i pugni»), scrive un lungo post su Facebook, nel quale racconta la sua vicenda. 

Il tam tam sui social

«Ultimamente mi ero allontanata dai social, ma ho capito che questa è la loro vera forza: fare rete». Nadia scrive un post alle 12 di ieri, mercoledì 7 aprile e in poche ore le condivisioni si moltiplicano, sono più di 2mila, rimbalzando di bacheca in bacheca. «Sono stata chiamata da tutta Italia, da persone che volevano aiutarmi e le mie parole hanno raggiunto anche il tavolo dell'assessore regionale Riccardi». Da qui la situazione di Nadia e Luca si sblocca: Riccardi si mette in contatto con Nadia e la rassicura. «Non è sola»?, le dice. E mentre lo fa mette in moto la macchina sanitaria, contattando il direttore del Gervasutta. 

L'epilogo

La risposta è praticamente immediata: Luca farà un periodo di qualche giorno in Rsa e poi sarà ricoverato al Gervasutta. «?Abbiamo tutte le lettere che testimoniano come in 18 ore tutto sia cambiato». La voce di Nadia è soddisfatta ma non nasconde una certa amarezza. «Io sono forte e ho avuto il coraggio di alzare la voce, chiedere aiuto e testimoniare una situazione assurda. Non è giusto che solo alzando il tono della voce siamo riusciti ad avere ciò di cui avevamo bisogno, non dovrebbe funzionare così. Spero che questo episodio serva anche a tutte quelle persone che non hanno la forza per chiedere ciò che gli spetta». Per Nadia, l'incidente di suo figlio Luca è servito a scoperchiare «un vaso di Pandora». Così lei stessa ha definito la situazione sanitaria del Friuli Venezia Giulia in tempo di pandemia, «dove tutto è condizionato dal covid e gli altri malati e pazienti non esistono più». 

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