Mario Garlatti, il ragazzo che registrò l’urlo dell’Orcolat

Una storia che ha dell'incredibile quella che avvenne 38 anni fa. Una serie di coincidenze e di eventi consentirono ad un ragazzo di registrare e poi divulgare 'la voce' del devastante terremoto del 6 maggio 1976. Ecco la cronaca di quella vicenda raccontata direttamente dal protagonista, la sua vera identità e la registrazione intera, in tutta la sua durata, del sisma che travolse il Friuli

Mario Garlatti oggi, con in mano alcuni lp dei Pink Floyd (‘Wish you were here’ risulta attualmente disperso)

Il terremoto del Friuli del 1976 ha per tutti i friulani un solo nome, Orcolat (orcaccio, spregiativo del friulano ‘orcul’, orco). Ma ha anche una ‘voce’, quella catturata da Mario, “un ragazzo di Tricesimo di 13 anni”, che quella sera di 38 anni fa registrò inconsapevolmente il suo urlo durante il riversamento di una canzone dei Pink Floyd da vinile ad audiocassetta.

Chiunque abbia vissuto il sisma del ’76 rivive, tramite l’ascolto di quella registrazione, reminiscenze e angosce che ancora oggi sente vivide nella sua memoria. Cosa che succede molto spesso anche a chi quella ‘voce’ l’ha conosciuta solamente a posteriori, negli anni, tramite il ricordo dei propri genitori, a scuola, attraverso la televisione, o la rete. Ma dove fu registrata e da chi? Abbiamo avuto qualche difficoltà a recuperare ‘quel ragazzo’, anche perché le informazioni a riguardo hanno patito, nel tempo, l’effetto ‘telefono senza fili’ e nell’era di internet le sue tracce si sono affievolite tra i tanti copia-incolla. Dopo alcune ricerche, abbiamo scoperto che all'epoca non aveva 13 anni e che non era di Tricesimo, lo abbiamo rintracciato e intervistato. Inoltre, ci ha gentilmente consegnato la voce intera e non tagliata dell’Orcolat. La troverete nel video in fondo all'articolo.

Quel ‘ragazzo’ si chiama, Mario Garlatti, classe 1957 e il 6 maggio 1976 aveva da poco compiuto 18 anni. Per il compimento della maggiore età aveva ricevuto in dono, quello che per molti ragazzi dell’epoca doveva essere un sogno, un mangiacassette portatile della Philips, con microfono incorporato (dettaglio importante, soprattutto per i fatalisti). Mario era uno studente e abitava a Udine con i suoi genitori, in via Bernardinis al civico 115. Quel famoso 6 maggio era a casa. La famiglia in quei giorni ospitava la sorella di Mario, Anny, di 3 anni più grande, suo marito Gianpiero e i loro bambini, Carlo, di 1 anno, e Francesca, di 2 anni e mezzo (i cui nomi si sentono nella registrazione).

Subito dopo cena, mi ero messo a riversare l’album dei Pink Floyd ‘Wish you were here’ - spiega Mario - da vinile a audiocassetta. Stavo effettuando una registrazione professionale. Avevo collegato il mio registratore Philips al giradischi con un cavo jack audio”. Da buon cultore dei Pink Floyd cercava il massimo della qualità. “Pochi secondi prima delle 21, prima cioè della forte scossa, ci fu un piccolo colpo che fece oscillare un oggetto alla parete. Avendolo osservato, corsi subito ad avvisare mia madre e a chiederle se l’aveva notato. Non feci in tempo a raggiungerla che arrivò il disastro. Secondi interminabili. La grande e lunga scossa fece muovere il pavimento, i muri, invece, sembravano parlare. Un rumore sinistro, non lo dimenticherò mai. La casa sembrava gridare”.

Il riversamento, ci racconta Mario, era quindi arrivato a ‘Shine on you crazy diamond’ quando alle ore 21:00:12 iniziò la lunga scossa. Saltò subito la corrente e rimasero completamente al buio. Il caso però volle, che il registratore essendo stato dotato di batterie continuò la sua registrazione. Ma non solo.

La forza delle scosse aveva casualmente attivato il microfono - ci spiega Mario -. Aveva cioè fatto saltare il microfono nella posizione di registrazione, facendo scattare una piccola leva, quindi abilitando la registrazione dell’audio ambientale e non più quella proveniente dal giradischi”.

Quando, quindi, il vinile si fermò per l’assenza di elettricità, il microfono registrò le voci esterne e soprattutto il ticchettio del braccetto del giradischi che continuava a saltare e a ‘stenografare’ l’intensità del sisma seguendo fedelmente la lunga scossa.

La registrazione continuò fino al termine della cassetta. Nell’audio si sentono i componenti della mia famiglia urlare, cercarsi. Eravamo al buio e volevamo uscire immediatamente da casa non dimenticandoci di nessuno. Si sentono i miei genitori, i miei nipoti e anche i vicini scendere le scale. Quasi una mezzoretta di registrazione in totale. La risento molto raramente perché ho dei ricordi troppo forti. E’ come rivivere il terremoto ogni volta che l’ascolto. Sentire la voce di mia madre che non c’è più… riaffiorano i ricordi forti del momento. Solo chi ha provato un terremoto, forse, sa cosa vuol dire. E’ stata la più grande paura della mia vita. Tutte le paure che ci possono essere nel mondo non sono minimamente paragonabili a quella”.


Mario, sul momento, si dimenticò di quella registrazione. Nel panico e con il susseguirsi caotico degli eventi non ci fece assolutamente caso. 

(Mario Garlatti in una foto del 1976, davanti al cantiere dello Stadio Friuli) 

Quella sera un amico di famiglia ci imprestò una tenda canadese ed andammo a dormire vicino al Bearzi. I miei genitori, se non sbaglio, dormirono in macchina. Solo uno o due giorni dopo, quando ci diedero il permesso di rientrare a prendere qualche oggetto in casa, mi accorsi di quella cassetta e del fatto che era stata impressa la voce del terremoto. La feci sentire subito ai miei vicini e registrare a 3 persone che la divulgarono alla radio e in tv. Io personalmente la consegnai a Radio Canale 49, un’emittente che all’epoca aveva sede in viale Volontari della Libertà. Erano tutti interessati a quel documento. Era impensabile, rarissimo per quell’epoca, avere una registrazione di quel tipo. E io accettai ben volentieri la sua divulgazione, non immaginando assolutamente quanto mi avrebbe segnato, per tutta la vita.

Quando sento i Pink Floyd ad esempio, non riesco a non pensarci. Forse come molti friulani. La connessione fra quella canzone, il terremoto e il mio vissuto è troppo forte. La sento quasi una canzone mia, parte di me. L’unica canzone che ‘ho scritto’. Mi ha segnato la vita. Sono stato a vedere molti loro concerti. Anche quello del ‘94 a Udine. E tutti i concerti a cui sono stato, incredibilmente iniziavano proprio con le note di ‘Shine on you crazy diamond’. Quindi oltre al fascino e al coinvolgimento dei Pink Floyd si aggiungevano brividi ulteriori sapendo cosa c’era dietro a questo capolavoro musicale. Un giorno avevo anche pensato di scrivere la mia storia alla band inglese, raccontargli quanto e cosa quella canzone rappresenta per il Friuli. Poi però non scrissi nulla. Chissà quale sarebbe stata la loro reazione”.

Mario Garlatti oggi fa il docente d’informatica in un istituto tecnico di Udine. Non parla facilmente di questo argomento coi suoi studenti, nemmeno quando a scuola si fanno le simulazioni di evacuazione. “Quando arrivano le circolari e capita di fare queste esercitazioni, cerco sempre di insegnare ai miei studenti cos’è un terremoto e quanto sia importante mettersi immediatamente sotto i banchi. Loro lo fanno, ma spesso si mettono a ridere. Allora inizio a spiegargli che può salvargli la vita e a descrivergli l’urlo e la forza dell’Orcolat”.

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