Venerdì, 17 Settembre 2021
Basket Codroipo

L'Italia del basket celebra un altro azzurro in Nba, ma il primo è stato un friulano

Pochi giorni fa l'esordio di Nico Mannion nel campionato di pallacanestro più popolare e difficile al mondo. Il primo a farcela fu il beanese Arcado Biasatti

Arcado "Hank" Biasatti

L'ultimo italiano ad arrivare in Nba è stato Nico Mannion, figlio dell'ex cestista a stelle e strisce Pace e della pallavolista laziale Gaia Bianchi, al debutto pochi giorni fa con Golden State contro Sacramento. Il primo, come pensano in tanti, sarebbe il varesino Stefano Rusconi, meteora a Phoenix nella stagione 1995/96, ma la storia dice che il battesimo di un connazionale nella lega riguarda un friulano, Arcado "Hank" Biasatti, da Beano di Codroipo. La vicenda venne ricostruita nel 2016 da Valerio Salvini sulla Gazzetta dello Sport.

Il 20 aprile 1996, a Dearborn, Michigan, moriva Hank Biasatti. E il fatto che probabilmente non sappiate chi sia è la prova che c’è ancora molto da scoprire nella storia dello sport, della nostra emigrazione, della nostra cultura. Hank in realtà non si chiamava Hank, si chiamava Arcado, un nome troppo difficile da pronunciare a Windsor. E così lo avevano inglesizzato.

Il primo

Biasatti è stato il primo straniero della storia della NBA. Canadese, c’è scritto, perché Windsor, dove Hank è cresciuto, è in Canada, dall’altra parte del ponte su uno stretto braccio di lago Erie rispetto a Detroit. Ma non è nato lì, Arcado era nato, il 14 gennaio 1922, a Beano, provincia di Udine. E c’è di più: dopo aver debuttato in NBA, lo ha fatto anche in MLB (la lega americana di baseball). Cioè: nella storia sono stati pochissimi quelli capaci di fare quel che Michael Jordan ha solo sognato, cioè giocare sia in NBA che in MLB, probabilmente sono stati solo 13. Bene: tra loro c’è un italiano, di certo l’unico non statunitense a riuscire in un’impresa che in America reputano strepitosa. E in Italia non lo sa quasi nessuno.

Un campione

Hank a scuola, alla Windsor’s Gordon McGragor Continuation School di Windsor, era una specie di fenomeno. A basket, calcio, era il quarterback della squadra di football e il prima base si quella di baseball. E col basket e il baseball continuò sempre, anche all’Assumption College. Durante la guerra giocò nella squadra di basket dell’esercito e gli capitò un’altra cosa di cui certamente nessun altro italiano può vantarsi, e sono pochissimi in tutto al mondo a poterlo fare: l’esercito del Canada sconfisse gli Harlem Globetrotters 49-45. Hank segnò 11 punti, compresi i due del vantaggio decisivo: due liberi dal 43-43.

Dall'inizio

Nel 1946 Hank giocava nel Maple Leafs, nome che oggi associamo solo alla squadra di hockey, ma che allora era anche la squadra di baseball di Toronto, in International League, Triplo A, associata ai Philadephia A’s. Nello stesso anno nasceva la BAA, la Basketball Association of America, che tre anni dopo avrebbe cambiato il nome in NBA. E tra le 18 squadre fondatrici ce n’era una canadese, i Toronto Huskies. Che peraltro sarebbero durati solo un anno. Gli Huskies fecero un camp per selezionare i giocatori, la maggioranza dei quali erano statunitensi. I canadesi erano sei, e solo uno di loro fu scelto: Hank.
Che quindi c’era il 1° novembre 1946 al Maple Leaf (stavolta si parla di quelli dell’hockey) Gardens, in Huskies-New York Knickerbockers, quella che in tutti gli annuari è ricordata come la prima partita della storia della NBA. Una pietra miliare dello sport, scritta anche da un italiano, unico straniero in campo quel giorno e di tutto il campionato, almeno in avvio, perché poi a stagione in corso un altro paio di canadesi entrarono nel roster degli Huskies. Hank giocò solo 6 partite, con altrettanti punti. Poi disse ai dirigenti che doveva prepararsi per andare allo spring training degli A’s. E’ probabile che la sua non sia stata una decisione presa per gusto, è solo che nel baseball si guadagnava di più.

Baseball

Nel 1947 gli A’s lo destinarono al loro doppio A, i Savannah Indians. Con cui lui, che era un gran prima base ma un modesto battitore, finì secondo nella classifica dei fuoricampisti della South Atlantic League. Morti gli Huskies, tentarono di acchiapparselo i Boston Celtics, che lo volevano per il 1947/48. Ma lui preferì ancora il baseball, anche perché fu promosso in Triplo A e nel 1948, ancora coi Maple Leafs, fu il miglior fuoricampista (con 21) della squadra. Così che nel 1949 Arcado “Hank” Biasatti arrivò in cima, in MLB. Il giorno fatidico fu sabato 23 aprile, coi Philadelphia A’s contro i Chicago White Sox: il debutto in Major. Ci avrebbe giocato poco, e solo in quella stagione. In modo continuativo solo ad agosto, per via di un infortunio al prima base titolare Ferris Fain. In battuta andò male: in 21 partite chiuse con 83 di media, una miseria: 2 su 33. Tutte e due le sue battute valide sono stati doppi. Però aveva un buon occhio, si prese 8 basi ball. Nel 1949 finì la breve carriera di vertice di Hank. Che avrebbe continuato a giocare in Triplo A a Toronto, Buffalo e anche ai mitici Seals, la squadra di San Francisco (non era ancora in MLB, non ci si poteva arrivare via treno…) tradizionalmente imbottita di italo-americani (ci avevano giocato i fratelli DiMaggio, Frank Crosetti, Dario Lodigiani, Dolph Camilli, Art Garibaldi, Leo Righetti, Dino Restelli, ci avrebbe giocato Billy Martin). E in inverno continuò a giocare a basket, a livello semi-professionistico, con i New York Gothams.

Mito cittadino

Dal 1953 Hank ha fatto da allenatore-giocatore nelle Minors degli A’s che nel 1955 si sono trasferiti da Philadelphia a Kansas City. Quindi ha continuato solo come allenatore. E anche lì non ha mai saputo scegliere, perché in inverno guidava la squadra del suo vecchio College, l’Assumption di Windsor, nel frattempo diventato università, nel torneo canadese. Con due trionfi nel campionato congiunto Ontario-Quebec. La sua storia ha poi avuto una specie di appendice strepitosa. Ovviamente, a Windsor la sua carriera cortissima è comunque stata un mito per tutti i ragazzini della città. Nel palazzo in cui Hank ha vissuto da ragazzo, al 1700 di Hickory Road, nella zona est della città, arrivavano famiglie friulane. Da San Vito al Tagliamento, arrivò la famiglia Bertoia, con un bimbo piccolo, che si chiamava Geno, nato nel 1935. Geno crebbe col mito di Hank. Lo ammirava, lo seguiva, lo imitava. E lo avrebbe superato. Dal 1953, per 10 anni, avrebbe giocato titolare in MLB, quasi sempre ai Detroit Tigers. Si narra che nel 1957 per buona parte della stagione sia stato in testa alla classifica dei battitori, davanti a Ted Williams. Tutta l’America parlò di lui il giorno dell’Opening Day del 1961, quando un suo fuoricampo decise il 6-2 per i Tigers allo Yankee Stadium. Complessivamente ha giocato 612 partite, con 425 valide, 27 fuoricampo, 244 di media battuta.
Poi, e scusate se è poco, nella stagione 1964 ha giocato nel campionato giapponese con gli Hanshin Tigers. Il giornalista e scrittore Marty Gervais, anche lui di Windsor, qualche anno fa ha pubblicato un romanzo sulla sua infanzia. Lo ha intitolato “Reno” . Perché i turni in battuta del suo concittadino Reno Bertoia raccontati alla radio restano uno dei ricordi più importanti della sua vita. Qualche anno fa, invitato dalla Federazione Italiana, Reno fece il primo lancio di una partita del nostro campionato, a Parma. Lui che aveva giocato contro Joe Dimaggio, Ted Williams e Mickey Mantle, quella sera aveva gli occhi lucidi. Se ne è andato il 15 aprile del 2011. Quindici anni dopo il suo amico e idolo Hank. Tutti e due eroi canadesi, nati in Italia. E di cui l’Italia non ha mai saputo praticamente nulla.

Si parla di

In Evidenza

Potrebbe interessarti

L'Italia del basket celebra un altro azzurro in Nba, ma il primo è stato un friulano

UdineToday è in caricamento