Martedì, 15 Giugno 2021
Salute

Dalla paura di una morte inesorabile alla rinascita, Giuseppe è tornato a casa

Il racconto della degenza di Giuseppe Foggetti, 72 enne udinese, nelle parole della nipote Claudia

Giuseppe Foggetti assieme alla moglie

Una storia di lacrime e speranze, con oltre due mesi passati in ospedale. Alla fine si è risolto tutto per il meglio e Giuseppe Foggetti, 72 enne originario di Canosa di Puglia, da 30 anni a Udine, sta bene. Il racconto della nipote Claudia Buzi, che ci ha inviato questa lettera. 

Buonasera,
     vorrei raccontarvi l’esperienza di mio nonno. Il giorno 3 marzo entrambi i miei nonni risultano positivi al tampone molecolare. Mia nonna fin da subito accusa spossatezza, dolori muscolari, raffreddore e tosse, mentre mio nonno (72 anni, non fumatore, senza patologie) solamente un po’ di alterazione. Il medico di base (che non voleva prescrivere il tampone nonostante i sintomi) prescrive inizialmente solo tachipirina. Dopo insistenza di mia madre i miei nonni iniziano un ciclo di antibiotico e cortisone che inizialmente sembra funzionare, ma successivamente mio nonno (che tra i due sembrava quello che stava meglio) inizia ad accusare affaticamento nel respiro e capiamo subito che la situazione stava peggiorando. Dunque contattiamo il medico di base secondo cui era solamente ansia, ma nonostante ciò insistiamo nel contattare la guardia medica la quale dopo essere stata informata della saturazione di mio nonno (84/86) ci consiglia subito il ricovero. Mio nonno viene così ricoverato il 6 marzo. Arrivato in ospedale inizia l’ossigenoterapia e sembra migliorare. Tuttavia la situazione peggiora e gli viene diagnosticata una polmonite bilaterale interstiziale. Così passa in semi-intensiva Covid, dove per due settimane la situazione sembra lentamente migliorare, tanto da pensare a una possibile riabilitazione. Tuttavia la situazione precipita, ci avvisano che il nonno ha preso un’infezione batterica nosocomiale e che dopo un episodio di distress respiratorio, avevano effettuato una tac da cui era risultato un pneumotorace. Decidono dunque di posizionare un drenaggio e di trasferirlo in terapia intensiva Covid. Il 26 marzo viene così intubato. Dopo due giorni, il 28 marzo risulta essere negativo al tampone e viene così trasferito in una terapia intensiva pulita. Qui inizia un ciclo di antibiotici che piano piano abbassano l’indice di infezione. Inoltre la saturazione e gli scambi gassosi iniziano a migliorare. Tuttavia i polmoni rimangono fortemente danneggiati. Il 6 aprile i medici, dopo averci informato, decidono di effettuare una tracheostomia, con la quale sarebbe stato più facile iniziare lo svezzamento dal ventilatore. Il 9 aprile ci comunicano che sarebbe stato trasferito all’ospedale di Pordenone, perché doveva iniziare la riabilitazione e a Udine trattavano principalmente casi critici, dunque pensavamo che il peggio fosse passato. Viene così trasferito a Pordenone dove inizia il suo calvario. Arrivato in ospedale ci comunicano subito che la situazione era estremamente delicata, gli avevano posizionato un altro drenaggio e ci informavano che i polmoni erano quasi al 90 per cento compromessi. Piano piano però nei giorni successivi la situazione si stabilizza, iniza a fare dei cilci di svezzamento dal ventilatore e decidono dunque – il 13 aprile – di trasferirlo nel reparto semi-intensivo di pneumologia Covid, nonostante lui non fosse più Covid. Così ci comunicano che appena si fosse liberato un posto sarebbe ritornato a Udine. Ovviamente, noi ci siamo subito alterati perché non aveva alcun senso fare un viaggio di un’ora e mezza per arrivare a Pordenone per starci solamente quattro giorni, soprattutto con un paziente così delicato. Riceviamo risposte stizzite e ci dicono che funziona così e che non dovevamo lamentarci, perché lui stava occupando un posto letto Covid. Detto ciò da quel momento lui inizia ad essere decisamente agitato, fino al punto di tentare di scappare dalla stanza, cadendo dal letto e sbattendo la testa. Fortunatamente non riporta nessun trauma, però noi capiamo che il suo stato psicologico sta peggiorando e che ha bisogno di un contatto familiare. Ci si limitava a una videochiamata una volta alla settimana con scarsa connessione, in cui lui ovviamente non riusciva a comprendere niente. Lui passerà quasi tre settimane in quel reparto. Piano piano dunque ci stavamo convincendo del fatto che lui fosse stremato e non potesse farcela. Aveva avuto diversi episodi notturni di distress respiratorio in cui anche il cuore iniziava a risentirne. In più aveva avuto anche un’embolia polmonare, era stato messo nuovamente in isolamento a causa di un’altra infezione batterica. Vedendo dunque che non c’era altra possibilità se non le videochiamate che non erano abbastanza efficaci, decidiamo di portargli delle foto e degli oggetti a lui cari, così da fargli sentire la nostra presenza e vicinanza. Piano piano inizia a tranquillizzarsi, ma la sua situazione continua ad aggravarsi. Il 28 aprile, viene finalmente trasferito a Udine, nel reparto di pneumologia pulito, e lì inizia la sua rinascita. La situazione cambia completamente. Dopo due giorni gli viene cambiata la cannula, grazie alla quale torna a parlare, si svezza completamente dal ventilatore, gli tolgono il sondino e inizia dunque a mangiare in autonomia. Dopo qualche giorno gli tolgono in definitiva la tracheostomia e inizia anche la fisioterapia. In poco tempo si riabilita in modo notevole, rimane solamente il catetere che doveva tenere per almeno altri 20 giorni a causa di un’infezione urinaria. Ovviamente resta con l’ossigeno che piano piano iniziava a diminuire, fino ad usarlo solamente in movimento, e un drenaggio al polmone sinistro, che aveva difficoltà a ristabilirsi in modo autonomo. Nonostante ciò però la situazione migliora notevolmente e il 19 maggio viene dimesso. Torna a casa camminando da solo e senza ossigeno, solamente con un drenaggio. Siamo grati a tutte le persone che ci sono state vicine e che hanno pregato con noi. Abbiamo pregato costantemente e non abbiamo mai smesso di sperare.

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