Per la prima volta un farmaco sperimentale dal cordone ombelicale: la scoperta di un friulano

Il farmaco è stato realizzato presso il Laboratorio di Terapie Cellulari Avanzate dell’ULSS 8 Berica, a Vicenza, diretto dal friulano Giuseppe Astori, dove è già stato trattato il primo paziente, affetto da una grave forma di rigetto post trapianto di midollo osseo

Il Laboratorio di Terapie Cellulari Avanzate di Vicenza

Per la prima volta in Italia è stato prodotto un farmaco sperimentale realizzato con le cellule stromali mesenchimali ottenute da cordone ombelicale, per trattare le forme più gravi di rigetto post trapianto di midollo osseo nei pazienti affetti da leucemia. Il farmaco è stato realizzato presso il Laboratorio di Terapie Cellulari Avanzate dell’ULSS 8 Berica, a Vicenza, il cui direttore è il riulano Giuseppe Astori. A Vicenza nei giorni scorsi è avvenuto anche il primo trattamento su un paziente.

La sperimentazione

Per il Laboratorio di Terapie Cellulari Avanzate di Vicenza questo segna l’avvio di una nuova fase, come spiega il Direttore Generale dell’ULSS 8 Berica Giovanni Pavesi: «Dopo avere ricevuto già lo scorso anno l’autorizzazione alla produzione da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco, siamo in grado di produrre i farmaci sperimentali non solo per la nostra azienda socio-sanitaria, ma anche per tutte quelle che ne hanno necessità, alle quali possiamo fornire anche un supporto completo in termini di know how sulle procedure da seguire».

Come funziona

A spiegarne l’utilizzo è il dott. Carlo Borghero, responsabile del Programma Trapianto di Midollo Osseo dell’Unità Operativa Complessa di Ematologia dell’ospedale del San Bortolo di Vicenza: «Circa il 50% dei pazienti affetti da leucemia curati con il trapianto di midollo da altro donatore sviluppano una reazione di rigetto, che generalmente viene trattata con appositi farmaci. In oltre il 20%-30% dei casi, tuttavia, questa reazione è particolarmente forte e non risponde alle normali terapie anti-rigetto. La sperimentazione che stiamo conducendo riguarda appunto la possibilità di trattare questi casi particolarmente gravi con farmaci ricavati da cellule stromali mesenchimali, che grazie alle loro elevate capacità antinfiammatorie ci consentono di mitigare i sintomi del rigetto, dando così tempo all’organismo di adattarsi e accettare il midollo donato. Inoltre, rispetto alle tradizionali terapie antirigetto, questo farmaco sperimentale ha il grande vantaggio di non intaccare le capacità difensive del soggetto, a differenza dei farmaci immunosoppressori tradizionali».

Il lavoro del dottor Astori

A livello nazionale In tutta Italia sono una decina questi laboratori, chiamati anche “cell factory”, autorizzate dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco). «Ad oggi siamo gli unici - spiega il dott. Giuseppe Astori, direttore del Laboratorio di Terapie Cellulari Avanzate di Vicenza - a ricavare le cellule stromali mesenchimali dal cordone ombelicale, mentre in genere si utilizza il midollo osseo. Rispetto all’approccio tradizionale, l’uso del cordone ombelicale presenta però due vantaggi significativi: il primo è che essendo cellule molto giovani sono di ottima qualità e non c’è il rischio che vengano riconosciute come estranee dall’organismo, quindi sono molto sicure per il paziente; il secondo è che possiamo produrle utilizzando un materiale di scarto, che è molto più facile reperire come donazione rispetto al midollo osseo. C’è quindi il potenziale per aiutare un numero maggiore di pazienti».

La produzione del farmaco

La produzione del farmaco sperimentale avviene completamente all’interno dell’ULSS 8 Berica, come risultato di una stretta collaborazione tra diversi reparti: il cordone ombelicale utilizzato viene fornito dall’Ostetricia dell’ospedale di Arzignano, previo consenso informato da parte dei genitori dei neonati. Il passaggio successivo avviene nei laboratori della Medicina Trasfusionale, dove il cordone ombelicale viene verificato nelle sue caratteristiche di sicurezza e idoneità. Le fasi successive avvengono invece nella “cell factory” vera e propria: qui il tessuto viene tagliato in microscopici frammenti, dai quali dopo circa una settimana cominciano a crescere le cellule stromali mesenchimali. Queste vengono quindi “raccolte” su piastre speciali, dove grazie ad un processo controllato si moltiplicano, passando da poche centinaia a circa 1 miliardo per ogni cordone ombelicale donato. Vengono poi raccolte e congelate a -180°C in attesa di essere richieste. Considerato che per ogni dose di farmaco sono necessari circa 100 milioni di cellule e che per ogni paziente sono necessari 3 trattamenti, significa che con un singolo cordone ombelicale donato è possibile trattare ben tre pazienti in condizioni critiche. «Per ora siamo ancora in una fase sperimentale - spiega la dott.ssa Francesca Elice, coordinatrice dello sviluppo clinico delle Terapie Cellulari all’interno della Ematologia, a proposito delle applicazioni concrete in terapia -, con trattamenti su pazienti selezionati, applicando protocolli messi a punto in sei anni di continua attività di ricerca, scrupolosamente rivisti e monitorati da AIFA. L’obiettivo è raccogliere un numero sufficiente di dati sui casi trattati tale da validare questa procedura come trattamento standard, dunque non sperimentale, per i pazienti con gravi forme di rigetto post trapianto di midollo. Sono diversi i trial clinici in corso in tutto il mondo e per ora i risultati sembrano molto promettenti».

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Durante l'emergenza

Per il Laboratorio di Terapie Cellulari Avanzate di Vicenza si tratta di un risultato di assoluto rilievo, ottenuto proprio nel pieno dell’emergenza Covid: «Per produrre il farmaco - conferma il dott. Astori - servono tre settimane di lavorazione e un’altra settimana per il controllo di qualità. Non ci siamo mai fermati e devo ringraziare tutte le mie collaboratrici per il loro impegno. È un percorso iniziato 6 anni fa, che ha avuto una svolta fondamentale lo scorso anno con l’autorizzazione alla produzione da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco. Già oggi siamo in grado di produrre il farmaco non solo per il San Bortolo, ma anche per gli ospedali di tutta Italia che si trovano a dover trattare casi particolarmente complessi di rigetto del trapianto di midollo». E oltre al farmaco, agli altri ospedali il San Bortolo potrà fornire anche le linee guida per il suo utilizzo, messe a punto negli ultimi anni. 

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