Infermiere di comunità, un modello al quale il Friuli Venezia Giulia ha fatto scuola ad altre regioni

Dove si colloca nella Riforma sanitaria targata Riccardi? La vaghezza del disegno di legge genera incertezze su questo modello “generatore di salute”nelle nostre comunità

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di UdineToday

Alla fine degli anni novanta, in Friuli Venezia Giulia, precisamente nell’azienda sanitaria 5 Bassa Friulana nasce il modello di Infermiere di Comunità, emblema di una sanità pubblica che non eroga solo prestazioni professionali nella propria comunità ma si prende cura delle persone soprattutto delle persone fragili, affette da malattie croniche, costituendo un punto di riferimento assistenziale e anche sociale, a tutto tondo. L’Infermiere di Comunità lavora nel territorio integrandosi con il Dottore di Famiglia, il fisioterapista, l’assistente sociale. A difendere l’importanza di questo ruolo è Simona Liguori, consigliera regionale dei Cittadini, che interviene a margine della presentazione del disegno di legge sulla sanità per chiedere certezze sul mantenimento di tale servizio «Perché alle persone in carico al domicilio – spiega Liguori – soprattutto se anziane o fragili, serve sì la medicazione, il cambio di un sondino o di un catetere, ma serve anche non sentirsi “soli” e avere accanto un professionista che sa leggere le sue necessità anche se non verbalizzate. Un modello, quello friulano, esportato in altre Regioni italiane e in grado di produrre Rete nelle Comunità non solo con i professionisti della sanità e del sociale ma che con le risorse del volontariato e terzo settore locale. Un modello di lavoro in Rete che riteniamo sia indispensabile perché genera in maniera proattiva salute nella Comunità, contribuendo non solo all’assistenza ma anche alla promozione di salute (stili di vita, comportamenti a rischio in persone con malattie croniche o anziani, etc). Una figura cardine che contribuisce ad evitare la solitudine e il senso di abbandono che attanaglia molte famiglie che assistono nelle case i propri cari». Nella riforma Riccardi il distretto viene spogliato della funzione di erogare assistenza diretta conservando solo quella di programmazione e controllo, mentre la funzione di erogatore di assistenza viene affidata al Dipartimento di Assistenza Distrettuale, di cui, a parte l’acronimo “DAD”, nulla si sa, visto che non gli viene dedicato neppure un articolo della legge. «Ci chiediamo – ha quindi affermato Liguori - dove questo modello organizzativo si collochi all’interno della Riforma sanitaria che andrà in aula del Consiglio regionale tra poche settimane. C’è molta preoccupazione in chi necessita di questo servizio e la vaghezza del disegno di legge che ci viene proposto non aiuta a rasserenare. Ritengo opportuno quindi che venga chiarito al più presto e con certezza se ed in che modo l’inferimere di comunità potrà continuare ad assicurare il servizio».

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