100 anni dallo "scoppio", Sant'Osvaldo ricorda la tragedia con una mostra

Il 27 agosto 1917 - in pieno conflitto mondiale- il devastante scoppio della polveriera di Sant'Osvaldo distrusse il tranquillo e operoso quartiere nella periferia sud-est della città. Un evento di cui si è parlato poco e di cui ancora non si conoscono le cause. Sulla cronaca dell'epoca venne annunciato con un trafiletto comparso su La Patria del Friuli, solo qualche anno più tardi vennero pubblicati degli articoli a ricordo dell'esplosione.

La mostra

Una mostra foto-documentaria, allestita in occasione del Centenario, racconta il tragico evento: fotografie, testimonianze, documenti storici ricostruiscono la cronaca del terribile giorno che cambiò la storia del quartiere. Udine, capitale della guerra, sede del Comando Supremo, pochi giorni prima della disfatta di Caporetto e dell’occupazione tedesca, subì i gravissimi danni dovuti allo scoppio della polveriera.

Il quartiere

Sant’Osvaldo si trova a circa due chilometri dal centro di Udine, all’inizio del Novecento il quartiere era abitato da agricoltori che coltivavano il fertile terreno della zona e da operai che lavoravano nelle fiorenti industrie locali: una fabbrica di concimi, un pastificio, una fabbrica di bottoni, un’industria tessile meccanica e la cartiera. Sulla strada di Pozzuolo sorgeva il Manicomio provinciale, adibito, durante la Prima Guerra Mondiale a ospedale militare. Sant’Osvaldo vantava, oltre all'antica chiesetta votiva della Pietà, una bella chiesa, quasi nuova, e due edifici scolastici del comune, di cui uno, assai comodo e di moderna architettura, era stato di recente costruito.

Lo scoppio

Alle ore undici del 27 agosto, preceduto da un sordo tambureggiamento e seguito dallo sconvolgimento convulso di tutti gli elementi, il fragore formidabile di un primo scoppio gettava – per  un vastissimo circuito – l’allarme e il terrore tra la popolazione. Il luogo dell’esplosione veniva subito identificato, dai varii punti della città, da un’altissima e densa colonna di fumo nero.

A breve distanza – segnata dal sinistro rollio di piccoli colpi – un secondo scoppio, più violento e fragoroso, terrificante come lo schianto simultaneo di mille cannoni, sommuoveva la terra, squassando ruinosamente i fabbricati e spostando impetuosamente l’aria, tutt’intorno oscurata e densa d’ignei vapori. […]

Un terzo scoppio fragoroso – partito, come il secondo, dai pressi degli edifizi scolastici – fu seguito da altri ininterrotti, di minore violenza, e per due giorni l’orgia infernale di detonatori, di boati e di vampe si scatenò, indomabile, dal caotica ammasso di fumiganti e sussultanti rovine, in che era convertita la ridente borgata di S. Osvaldo. Questa descrizione di Domenico Pecile, pubblicata su “Udine nella guerra di redenzione”, e solo una delle testimonianze che ricordano quanto accadde e distrusse interamente il quartiere.

Le vittime

Cent’anni fa i depositi di munizioni e le polveriere di Sant’Osvaldo esplosero a più riprese nell’arco di una giornata causando morte e distruzione. Il denso fumo era visibile da chilometri di distanza, vennero riscontrati danni anche fuori dal quartiere. I caduti civili furono venticinque e diversi furono i caduti militari. Furono distrutte la chiesa, la scuola, le fabbriche e le abitazioni. Del quartiere rimasero ruderi, macerie e polvere. I nomi dei caduti sono elencati su due lapidi realizzate negli anni Venti e collocate all’interno della scuola dell’infanzia.

La fuga

Lo scoppio causò la profuganza degli abitanti del quartiere che si trasferirono, per ricostruirsi una vita, non solo in altre zone di Udine ma in diverse città italiane. In mostra è presentata l’interessante ricerca condotta attraverso i registri scolastici per capire lo spostamento della popolazione.

I contributi

La mostra, curata da Elisa Bertoli, Ilaria Bertoli, Silvia Bianco e Massimo Turco, è promossa dalla Parrocchia di Sant'Osvaldo, realizzata con il contributo della Fondazione Friuli e di numerosi sponsor, è stata ideata e allestita grazie alla collaborazione di diverse persone residenti nel quartiere. La ricerca storica e archivistica è stata condotta da Gaetano Vinciguerra.

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