Memoria, la storia di Antonino D’Angelo diventa uno spettacolo teatrale

Debutterà il 27 gennaio, giorno della Memoria, l’ultima opera prodotta dalla compagnia Archipelagos Teatro, “Alle 20 precise”. Un titolo suggestivo che evoca un appuntamento romantico: quello dato dal commissario Antonino D’Angelo alla moglie Elisa, perché pur non vedendosi di persona i loro pensieri s’incontrassero esattamente alla stessa ora. Le venti precise. D’Angelo, nato a Catania il 29 luglio 1912, era laureato in Giurisprudenza e Commissario di Pubblica Sicurezza alla Questura di Udine. Non ha combattuto al fianco dei partigiani ma era di sentimenti antinazisti. Quanto scoprì il piano dei tedeschi per il rastrellamento degli uomini della popolazione rurale friulana, per destinarli al lavoro coatto in Austria, si prodigò per avvisare gli interessati, in modo che non si facessero trovare. Sapeva bene che per una famiglia contadina la perdita dei maschi era una condanna alla fame e alla povertà. E, trovandosi nelle condizioni di poter risparmiare sofferenze a degli innocenti, lo fece con generosità, conoscendo le possibili tragiche conseguenze delle sue azioni. Antonino D’Angelo, insieme ad altri nove funzionari della Questura, è stato incarcerato come prigioniero politico per 40 giorni e deportato il 26 agosto 1944, all’interno di un carro bestiame, prima al centro di smistamento di Dachau e poi a Mauthaunsen. Non ha mai fatto ritorno. La comunicazione ufficiale della sua morte arrivò solo nel ’55: una lettera in tedesco, in cui si diceva che era mancato il 16 aprile del ’45. Per un attacco cardiaco. L’opera, un monologo interpretato da Gioia D’Angelo, nasce intorno ai racconti di famiglia ed alle lettere scritte da Antonino alla moglie Elisa. «Il mio racconto» spiega Gioia D’Angelo «si basa sulle testimonianze dei miei cari – mia nonna, mia mamma e mio zio - e su alcuni suoi scritti, le lettere che scriveva a mia nonna dal lavoro, dal carcere in via Spalato, quelle gettate dal treno merci che i partigiani portarono a mia nonna, il taccuino di poesie scritte da lui, le testimonianze di chi veniva a portare sue notizie. Mio nonno non ha più fatto ritorno. Mia nonna Elisa lo ha aspettato sempre. Resistere è partire e non tornare, ma resistere è anche restare e aspettare, per tutta una vita. Questa è la storia che Maria Chiara Pederzini, con la sua regia, ed io vogliamo raccontare. Siamo due donne, e le donne hanno da sempre il dono, la forza e il compito di portare avanti e tramandare le storie di famiglia, per tenerle vive. E il teatro è il luogo delle storie». «Spesso» aggiunge la regista, Maria Chiara Pederzini «sento dire che si deve ricordare ogni giorno e che gli eventi di commemorazione sono forzati appuntamenti istituzionali. Per me non è così: abbiamo bisogno di celebrare per fissare il tempo. La celebrazione è decisione volontaria di ripensare a questioni collettive e mantenerle “vicine” e vive, come i ricordi dei gesti e delle parole dei nostri genitori e dei nostri nonni, di ciò che è stato prima di noi». Il testo di questo lavoro è del drammaturgo Marco Morana. Le musiche sono state composte Michele Deiana, il disegno luci è di Alberto Maria Salmaso. L’organizzazione è di Giorgia Grassi. 

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