Marta Cuscunà, una potenza del teatro al Palamostre

"Il canto della caduta" dell'artista monfalconese è un'esperienza da non perdere. Stasera in scena la replica

L'archeomitologia è un campo di ricerca che fonde la scienza e il razionalismo dell’evidenza archeologica con il racconto mitico, folklorico, tramandato per via orale di generazione in generazione, spesso per così tanti millenni da non permettere di capire quale sia l’epoca da cui trae origine. "Il canto della caduta", nuovo spettacolo dell’attrice e autrice monfalconese Marta Cuscunà, nasce da un racconto antichissimo proveniente dalle popolazioni ladine delle Dolomiti.

Per questo progetto Cuscunà autrice si trasfigura in etnostorica/antropologa e scava nel mito ladino di Fanes, che narra la caduta di un regno e la fine di un popolo, nascondendo tra le righe l’antichissimo passaggio da società matrilineari orizzontali e pacifiche a società fortemente gerarchiche, da cui discendono quelle che la nostra storiografia racconta e nelle quali ancora viviamo. 

"Il canto della caduta", al Palamostre anche stasera

Attraversando un anno e mezzo di ricerca, scrittura e lavoro collettivo sulla scenotecnica, l’artista e la sua squadra costruiscono una narrazione incantevole con il tono di una vera favola, di quelle crude non edulcorate dal pudore contemporaneo, che le priva del loro reale significato antropologico impedendo di mettere a nudo le critiche alla società che le ha generate. È così che i narratori sono corvi famelici alla continua ricerca di cadaveri, che morirebbero di stenti se la guerra, ordita da un re assetato di dominio e ricchezze, dovesse finire, e bambini che si nascondono dalla follia della guerra degli uomini travestendosi da topi.

Le pallide Dolomiti fanno da scenario a una serie di figure animatroniche attraverso cui l’attrice si muove sorprendendo anche chi ne ha già potuto ammirare la maestria. Con Il canto della caduta Marta Cuscunà porta in scena uno spettacolo potente e comunicativo i cui riferimenti alla contemporaneità sono sapientemente incastonati in una drammaturgia che coinvolge dal primo minuto, un’esperienza da non perdere ricordando le parole di Stanisław Jerzy Lec: «Non credete alle favole, erano vere».
 

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