Il film in sala della settimana: "Millennium" di David Fincher

La nuova puntata della rubrica di Luigi Virgolin della Cineteca di Bologna, friulano di Sottoselva. Ogni settimana ci presenta una pellicola da vedere: per capire, per criticare, perché è il cinema

Ricapitoliamo in breve. Partita dalla Svezia, la trilogia Millennium dello scomparso Stieg Larsson ha ottenuto un successo planetario. Le indagini condotte dal giornalista Mikael Blomkvist e dalla giovane hacker Lisbeth Salander affondano il coltello sotto la superficie delle apparenze, nei recessi più reconditi delle lande nordiche, patria sbandierata del welfare sociale, dell’integrazione e del ruolo progressista della donna.

Tra i meriti della creazione letteraria spiccano le fisionomie dei personaggi protagonisti: da tempo non se ne vedevano di così interessanti e caratterizzati nella fiction popolare e in particolare nel genere thriller. Nel 2009 il regista Niels Arden Oplev firma l’adattamento cinematografico di Uomini che odiano le donne, il primo capitolo della saga, proseguita poi da Daniel Alfredson. Un prodotto tutto sommato ordinario e didascalico, per quanto credibilmente autentico nella resa delle atmosfere svedesi. Ora però entra in scena David Fincher.

Fin dai titoli di testa avvertiamo la mano d’autore. Un concentrato di potenza visionaria, rabbia cyber-punk, sofisticata estetica digitale, dove il corpo di Lisbeth, una specie di avatar dark, rinasce dopo ogni incubo di (auto)distruzione come l’araba fenice. E già sospettiamo che il materiale narrativo a disposizione di Fincher, e ciò che ci dispiegherà davanti, sia quanto di più congeniale alle sue corde.

La filmografia di riferimento infatti, da Seven (1995) a Fight Club (1999), da Zodiac (2007) a The Social Network (2010) ci dice della sua predilezione per i simboli e la loro carica di interpretazione della realtà, per le antinomie e i forti contrasti, per l’osservazione di una comunità chiusa e sotto pressione, in questo caso la famiglia Vanger su un’isola remota. Il Larsson di Fincher ne esce decisamente più adrenalinico, seppur temperato da una messa in scena fredda ed elegante, con qualche calo di tensione dovuto probabilmente al fatto che gli interessano meno le indagini del rapporto che si instaura tra i due protagonisti e dei rispettivi mondi con cui hanno a che fare. E c’è spazio anche per l’ironia, sparpagliata con parsimonia. Impressionante il lavoro attoriale di Rooney Mara nei panni di Lisbeth Salander.

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