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Un momento del film

Un momento del film

Il film in sala della settimana: Cesare deve morire, dei fratelli Taviani

Prosegue l'attesa rubrica di Luigi Virgolin del Comune di Bologna, friulano di Sottoselva. Ogni settimana ci presenta una pellicola da vedere: per capire, per criticare, perché è il cinema

Il tanto vituperato (spesso a ragione) cinema nostrano ha conosciuto di recente un sussulto di orgoglio grazie ai fratelli Taviani, un pezzo importante della nostra cinematografia. Il loro Cesare deve morire, finalmente approdato in sala, è tornato trionfatore dall’invernale Festival internazionale del cinema di Berlino con l’Orso d’oro, un riconoscimento quantomai agognato e meritato. Certo non scontato, perché nella sua coerenza e radicalità Cesare deve morire è un film a sé: la testimonianza della rappresentazione del Giulio Cesare di Shakespeare ad opera dei detenuti della sezione alta sicurezza del carcere romano di Rebibbia. Un’opera formalmente molto accurata, che persegue in piena consapevolezza l’effetto di realtà: sul piano visivo si avvale di un impasto tra il bianco e nero espressionista (più convincente) delle prove e il colore dello spettacolo finale; mentre a livello sonoro dispiega un impressionante lavoro sulla lingua, dato che il testo del bardo è restituito ai dialetti di origine degli attori, in un intreccio di romano, napoletano, siciliano e pugliese.

La dimensione e la pratica teatrale fungono da detonatori, fanno esplodere e venire allo scoperto odi, rancori e caratteri, mettono in cortocircuito due verità: quella della messa in scena e quella della vita reale. Si pensi alle presentazioni iniziali dei detenuti, che sfilano impetuosamente davanti a noi come un rosario sgranato di rabbia e sofferenza. Oppure alla difficoltà di Bruto (Salvatore Striano) nel risolvere la scena della vigilia delle idi di marzo in compagnia dei congiurati, per un sovrappiù di portato esistenziale (“è una cosa mia”). Ma è lo scarto tra le risorse messe a disposizione dal linguaggio cinematografico e quelle proprie del teatro a costituire lo specifico del film. I primi piani ci sbattono in faccia i corpi, i volti, gli accenti, insomma i segni fisici della vera vita. Plongée e contre-plongée, ossia riprese effettuate dall’alto al basso e viceversa, ci ricordano senza via di scampo che la finzione cui stiamo assistendo è racchiusa dietro le sbarre di un universo concentrazionario. Perché la questione centrale qui è la libertà, sia essa quella calpestata dal giogo della tirannia di Cesare, sia invece quella sottratta ai reclusi. E l’arte, di qualunque natura, aiuta a misurare la libertà del proprio tempo.
 

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