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Paul Giamatti in una scena del film

Paul Giamatti in una scena del film

Il film in sala della settimana: "Cosmopolis" di David Cronenberg

Puntata settimanale della rubrica di Luigi Virgolin del Comune di Bologna, friulano di Sottoselva. Ogni settimana ci presenta una pellicola da vedere: per capire, per criticare, perché è il cinema

Com’è la giornata di Eric Packer, giovane multimiliardario dell’alta finanza? A tinte calde, composta da singoli istanti/istinti e incontri, come la pittura e il dripping alla Jackson Pollock che sgocciola fin dai titoli di testa (e che imbratterà in nuove forme di street art la rivolta globale)? Oppure una fusione a freddo, alimentata da silenziose esplosioni quali si percepiscono dall’interno della bianca limousine con la quale attraversa New York, rischiarata dalla luce dei monitor e isolata acusticamente? E che tanto somiglia alla contemplazione trascendentale ed enigmatica che emana la cappella di Rothko e che Eric vorrebbe possedere? Entrambe le cose, in una giornata governata dal dio invisibile del cyber-capitale e spesa nella trasformazione dell’interazione fra tecnologia e valuta in un flusso organico e dinamico di dati, informazioni e algoritmi. Ma l’ossessione del controllo assoluto non ha fatto i conti con l’imperfezione, l’asimmetria: lo smarrimento del protagonista deriva dal non aver saputo interpretare l’andamento della moneta yuan (lo yen del libro).

Certo è il Cosmopolis di Don DeLillo, ma sembra un concentrato cronenberghiano di visione ultrapessimistica, tra un Marx visionario (i topi, il movimento occupy, le pulsioni anarchiche, “uno spettro si aggira per il mondo, lo spettro del capitalismo”) e il Wittgenstein del Tractatus logico-philosophicus per la scansione serrata e stringente. Le inquadrature appena sghembe, sopra o sotto o di lato rispetto all’asse a cui l’occhio è abituato, emanano una violenza e una tensione insopportabili, un senso incombente di minaccia. Il rapporto tra dimensione verbale e dimensione corporea, da sempre al centro dell’originale esplorazione del regista canadese, sembra ormai sbilanciato (pesa come un macigno A Dangerous Method) dalla parte del linguaggio, dell’idea, della parola. Ma il corpo riaffiora prepotentemente con il sesso, la visita medica, la prostata asimmetrica, il piscio. È ancora aperta la lotta tra l’individuo e la realtà (artificiale) che ha contribuito a creare e che si trova a vivere.

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