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Il film in sala: "C'era una volta in Anatolia", di Nuri Bilge Ceylan

Puntata della rubrica di Luigi Virgolin del Comune di Bologna, friulano di Sottoselva, che ci presenta una pellicola da vedere: per capire, per criticare, perché è il cinema

Lentamente, senza fretta e senza compiacimenti, la macchina da presa indugia sulle steppe dell’Anatolia, disegna per ampie campiture un paesaggio scarnificato e spopolato al seguito di una compagnia variamente assortita. Un commissario, un procuratore, un medico legale, assieme allo stuolo di assistenti e gendarmi, conducono il presunto assassino e suo fratello alla ricerca del cadavere della vittima, in un moto faticoso che si fonda sull’attesa, sulle deviazioni, sulle digressioni in un progressivo disvelamento della vicenda e delle coscienze. Così, tra il divagare generale nell’apparente mancanza di una direzione, tra la stupida solerzia o l’ottusa indifferenza dei funzionari, si va delineando una tragedia nascosta, intima, che compone la silenziosa ma potente sottotraccia del film.


Pochi, semplici elementi bastano al regista turco per dirigere un cinema essenziale e allo stesso tempo sontuoso, imprescindibile. Sembra che il meglio degli ultimi tempi venga dal Medio Oriente, come ci conferma il sorprendente e commovente La separazione (2011) dell’iraniano Asghar Farhadi. Deboli luci smarrite vagano nella notte che tutto avvolge, le stesse che gettiamo nell’oscurità dell’animo umano per rischiarare quel pozzo nero che non conosciamo davvero. Solo l’apparizione della bellezza e l’irruzione della grazia (“sembra un angelo” la figlia del sindaco del villaggio che ospita la comitiva per una notte) sono in grado di produrre un cortocircuito, una speranza di redenzione, una trasfigurazione religiosa, di ispirare un comportamento compassionevole anche laddove l’umano non c’è ma c’è la cieca bestialità. Perché solo la pietà può arginare la miseria morale, affinché le colpe (e il sangue) dei padri non ricadano immancabilmente sui figli.

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