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Recovery plan, l'appello dei sindacati: "La Regione si scuota dall'inerzia"

Cgil, Cisl e Uil Udine: «Dal manifatturiero anche segnali incoraggianti, ma restano problemi strutturali ancora irrisolti»

«Per vincere la sfida del Recovery plan serve un salto di qualità della politica regionale. Che deve essere capace di coinvolgere tutti gli attori e le competenze presenti, non ultimo il sistema universitario del Friuli, per definire assieme le strade da intraprendere per rilanciare l’economia e rinnovare il sistema di welfare di questa regione e di questa provincia». È quanto scrivono le segreterie territoriali di Cgil, Cisl e Uil della provincia di Udine in un documento unitario presentato questa mattina. «L’obiettivo che ci poniamo – hanno spiegato in conferenza stampa Natalino Giacomini (Cgil), Renata Della Ricca e Maurilio Venuti (Cisl) e Luigi oggo (Uil) – di avviare una discussione, un confronto aperto con tutti i soggetti economici, politici, istituzionali, con il mondo della ricerca e della conoscenza, per riempire quello che appare sempre di più come un vuoto della politica. Un vuoto che riguarda in primis la Giunta regionale, che dovrebbe recuperare la consapevolezza, di fronte ai rischi di declino cui va incontro il nostro sistema produttivo e del terziario, del fatto che le risorse del Recovery plan rappresentano l’occasione per un salto di qualità che il Fvg non può permettersi di fallire».

La crisi

Partendo dalla centralità anche economica del Friuli, che con le sue 49mila imprese rappresenta il 54% delle aziende attive in regione e il 57% di quelle manifatturiere, il documento dei sindacati friulani analizza l’impatto di una crisi che nel 2020 ha portato a richieste di ammortizzatori sociali per 94 milioni di ore, di cui oltre 40 nella sola provincia di Udine. «Se da un lato non mancano punti di forza e buoni segnali di risposta da parte del nostro manifatturiero, questa emergenza – si leggeha anche messo a nudo annosi limiti del nostro tessuto economico e produttivo: una larga predominanza di aziende di piccola dimensione, un arretramento della capacità complessiva di penetrazione del nostro export sui mercati internazionali, una decisa propensione alla riduzione degli investimenti, un tessuto produttivo che, rispetto al passato, appare meno radicato sul territorio, visto che molte imprese sono state acquisite da multinazionali o partecipate da fondi nazionali o internazionali, le cui prerogative sono l’utilizzo o lo sfruttamento a breve termine dell’attività produttiva e commerciale». Limiti, questi, che richiedono politiche industriali «che puntino peculiarità del territorio e del suo tessuto economico e occupazionale, per contrastare una progressiva marginalizzazione del Friuli e della regione rispetto ai grandi assi di sviluppo dell’economia europea e globale».

Le politiche

Se i settori che oggi pagano maggiormente dazio alla crisi sono il turismo e il terziario, a incidere negativamente sulle prospettive del dopo-Covid sono quei limiti strutturali e le carenze infrastrutturali di una regione dove lo sviluppo del porto di Trieste non viene accompagnato da un’idea organica di piattaforma logistica al servizio del tessuto produttivo e del settore turistico. «Il problema – sostengono Cgil, Cisl e Uil – è quello di rilanciare gli investimenti pubblici e privati puntando su obiettivi strategici come  la manutenzione del territorio e la prevenzione del dissesto idro-geologico, una presa in carico degli edifici pubblici, scuole comprese, per adeguarli al risparmio energetico e alla certificazione statica, la realizzazione delle infrastrutture materiali e immateriali che consentano al sistema di concorrere alla pari con le realtà più avanzate nella competizione globale, l’attivazione di processi in grado di favorire prospettive nell’economia circolare o lo sviluppo di nuovi settori abbinati alla Green Economy».  E per riuscirci, sottolineano Giacomini, Della Ricca, Venuti e Oddo, va ricercata «una maggiore partecipazione delle imprese, delle parti sociali e del mondo scientifico e accademico alla definizione degli assi prioritari di investimento pubblico». E per andare in questa direzione, aggiungono, «risulta determinante la volontà e la capacità politica, oggi assente, della Giunta regionale».

Il recovery

A poco più di due mesi dal termine per la presentazione del Recovery pal da parte dell’Italia, i sindacati si chiedono «quali e quanti sono i finanziamenti presentati dalla Regione in termini infrastrutturali, materiali e in termini immateriali, se rientrino nelle “sei missioni” stabilite oppure se si tratta di una progettualità scaduta da tempo e raffazzonata all’ultimo momento». Se ci sia stato o sia previsto, «in termini progettuali e di studio, il contributo delle Università di Udine e Trieste, e se esiste la volontà politica di istituire un tavolo di confronto e concertazione con le forze sociali». L’appello finale è per una svolta della politica regionale, «perché il Fvg, nonostante le possibilità legislative autonome, non è ancora un territorio in grado di offrire alle nuove generazioni opportunità migliori di quelle delle generazioni precedenti».

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