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Mercoledì, 10 Agosto 2022
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Le assunzioni sono in ripresa anche in Friuli Venezia Giulia

Nel primo trimestre del 2022, in base ai dati forniti dall’Inps, il numero di assunzioni in Friuli Venezia Giulia nel settore privato (esclusi i lavoratori domestici e gli operai agricoli) è aumentato di oltre il 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso

Nel primo trimestre del 2022, in base ai dati forniti dall’Inps, il numero di assunzioni in Friuli Venezia Giulia nel settore privato (esclusi i lavoratori domestici e gli operai agricoli) è aumentato di oltre il 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso (da 26.700 a 37.800, circa 11.100 unità in più). Lo rende noto il ricercatore dell’Ires Fvg Alessandro Russo che ha rielaborato dati Inps. La crescita ha riguardato tutte le principali tipologie contrattuali; in termini percentuali è stata particolarmente accentuata per i rapporti stagionali, che sono triplicati rispetto al primo trimestre 2021 (da 792 a 2.342, +195,7%). Questa dinamica conferma la fase positiva del settore turistico, che nel recente passato è stato particolarmente penalizzato dalle restrizioni introdotte per fronteggiare la pandemia.

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Il numero complessivo di assunzioni registrato nei primi tre mesi dell’anno in regione è inoltre superiore a quello del primo trimestre 2020, il periodo immediatamente precedente la fase più acuta dell’emergenza sanitaria. La consistente ripresa rispetto al biennio 2020-2021 è in linea con le stime dell’Istat, che per la prima parte di quest’anno hanno evidenziano un andamento decisamente positivo dell’occupazione dipendente, in particolare di quella a tempo determinato. 

Le dimissioni dei lavoratori

Tra gennaio e marzo 2022 sono aumentate anche le interruzioni dei rapporti di lavoro (da 20.400 a 31.300, oltre il 50% in più). Le dimissioni dei lavoratori sono sempre più diffuse e costituiscono la motivazione di gran lunga principale dell’interruzione dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Nel 2014 le dimissioni davano conto di poco meno della metà di tutte le cessazioni, a partire dal 2021 la loro incidenza supera il 75% (nei primi tre mesi di quest’anno è stata pari al 76,5%).

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Le cessazioni di natura economica hanno un peso sempre minore, da quasi il 40% nel 2014 a valori vicini al 10% nell’ultimo biennio, anche per effetto del blocco dei licenziamenti introdotto dal Governo. I licenziamenti di natura economica comprendono quelli avvenuti per giustificato motivo oggettivo, licenziamento collettivo, per esodo incentivato, cambio appalto o interruzione di rapporti di lavoro nel settore edile per completamento dell’attività e chiusura di cantiere. Nel tempo è invece aumentata l’incidenza dei licenziamenti disciplinari dei lavoratori a tempo indeterminato (dal 2,5% del totale nel 2014, all’attuale 6%).

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La durata effettiva dei contratti

L’analisi della composizione percentuale dei contratti conclusi in base alla durata effettiva rende possibile una valutazione, seppure indiretta, del grado di “volatilità” dei rapporti di lavoro. A questo scopo è possibile utilizzare i dati forniti dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali che, a differenza di quelli dell’Inps, si riferiscono anche al settore pubblico e a quello agricolo. In base all’analisi di questi dati si può evidenziare che i contesti occupazionali delle regioni del Nord rivelano una dinamica delle cessazioni caratterizzata da una quota considerevole di rapporti di lunga durata, più del resto del Paese. A conferma di ciò si osserva che le regioni con l’incidenza più elevata di rapporti cessati dopo almeno un anno dalla data di attivazione nel 2021 sono stati: la Lombardia (28%), il Piemonte (27,8%), il Veneto (27%) e il Fvg (24%, contro un valore medio nazionale pari al 19,1%). Nello specifico della nostra regione, inoltre, il 40,9% dei rapporti cessati nel 2021 si è concluso entro 3 mesi dall’attivazione (contro il 49,8% a livello nazionale), di cui il 22,5% entro 1 mese (31,6% in Italia) e il 4,7% entro 1 giorno (l’11,1% nazionale; si tratta di contratti diffusi nel mondo dello spettacolo, tanto che nel Lazio sono il 36,5% del totale). 

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