Abbigliamento e scarpe, 2.500 aziende e 6mila addetti a rischio in Friuli Venezia Giulia

I rappresentanti di Federmoda Confcommercio: «Situazione insostenibile, necessario programmare la Fase due»

Fatturati azzerati a marzo e dimezzati nel 2020, se non peggio. Totale incertezza sul futuro. E, nel presente, saracinesche chiuse fino a data da destinarsi. Il settore moda è quello che, in termini numerici, sta pagando maggiormente il prezzo della profonda crisi da coronavirus. Lo sottolinea il gruppo Federmoda di Confcommercio Fvg, con le voci di Gianni Arteni, Franco Rigutti, Antonella Popolizio e Alessandro Tollon. «La filiera è a rischio, molte imprese saranno costretta a chiudere», è il grido d’allarme di un comparto che, secondo le elaborazioni del Centro studi della Camera di commercio Pordenone-Udine su dati Infocamere, conta in regione oltre 2.500 aziende al dettaglio di abbigliamento e calzature e quasi 6mila addetti, cui si aggiungono 700 imprese e oltre 2.700 addetti nel manifatturiero della filiera.

«Bagno di sangue»

«Dopo un inverno difficile – sottolineano i rappresentanti di Federmoda Confcommercio –, l’emergenza economica in atto ci costringerà a veder passare da casa, oltre all’inizio della primavera, anche Pasqua e probabilmente i successivi ponti. Parliamo tra l’altro di aziende che fanno ordini con un anticipo di 6-9 mesi e dunque ci ritroviamo i negozi pieni di merce che non riusciremo a vendere perché, al momento della riapertura, sarà già fuori stagione. Il peso dell’invenduto andrà ripartito sull’intera filiera, ma sarà comunque un autentico bagno di sangue»

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Le richieste

Le richieste sono quelle già lanciate da Federmoda a livello nazionale: «Il decreto Cura Italia è solo un punto di partenza. Il nostro è un settore chiave per l’economia, serve molto di più: da una moratoria fiscale più ampia all’urgente immissione di liquidità alle imprese per venire incontro alle esigenze più immediate. Dopo di che, affitti e mutui vanno pagati e, per farlo, è necessario incassare. Non ce la faranno tutti, purtroppo. Ma i nostri negozi illuminano i centri abitati. Perderli significherebbe far venire meno presidi di vita non solo economica, ma anche sociale».

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Le garanzie

Arteni, Rigutti, Popolizio e Tollon non dimenticano l’aiuto delle Camere di commercio e dei Confidi regionali. E, ribadita l’incertezza di fronte a un futuro mai così poco chiaro, visto il balletto sulla cosiddetta Fase due, lanciano l’appello alle istituzioni a «predisporre, da subito, un’agenda sulla riapertura e sulle sue condizioni». Federmoda Confcommercio, «premesso che la salute di imprenditori, collaboratori e cittadini viene prima di tutto», sottolineano che «non c’è rischio sanitario aggiuntivo in un negozio di abbigliamento o di scarpe rispetto a un supermercato. Non siamo e non saremo luoghi di aggregazione di massa. Siamo pronto a contingentare gli ingressi, a garantire che in negozio si possa entrare solo con guanti e mascherine, a far rispettare la distanza interpersonale. Ma dimenticarsi di noi sarebbe il peggior modo di avviare la necessaria ripartenza dell’economia».

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