Facevano i milioni di euro con gli abiti ritirati per i poveri, un indagato in Friuli

In carcere il titolare di una azienda e il vice presidente di una Onlus: sfruttavano il senso di solidarietà per i loro affari

Posizionavano i cassonetti per la raccolta dei vestiti usati, con il marchio della Onlus L'Africa nel Cuore, ma nessuno di quegli abiti andava in beneficenza. I vestiti venivano rivenduti in Campania e in Tunisia, e destinati al mercato degli abiti usati. Per di più senza che venissero igienizzati dopo la raccolta, come invece prevede la legge. E i cassonetti erano, per il 95%, irregolari, cioè posizionati in assenza della necessaria convenzione con il Comune.

Il sequestro

E' di due milioni e 300 mila euro il sequestro di beni effettuato martedì 28 novembre dai carabinieri del Nucleo operativo ecologico e della Tutela ambientale di Milano, in seguito all'indagine coordinata dalla Dda del capoluogo lombardo (Alessandra Cerreti e Ilda Boccassini). Agli arresti - come riporta MilanoToday.it - Carmine Scarano, cinquantasei anni, che materialmente gestiva tutto il traffico illecito di "rifiuti" (come sono considerati i vestiti usati), titolare della Nuova Tessil Pezzame Sas di Solaro (Milano), e Guglielmo Giusti, sessant'anni, vice presidente della Onlus con sede nella sua abitazione di Savona. Tra le persone indagate c'è anche un udinese.

La storia

Tutto è partito da un furto subito da Scarano nella sua abitazione di Caronno Pertusella (Varese) a ottobre del 2014. L'uomo e la compagna (finita ai domiciliari) denunciarono un ammanco di 5 mila euro, ma i carabinieri di Saronno, durante l'indagine, appurarono che la refurtiva era stata ben più consistente, almeno dieci volte tanto; non solo, ma emerse anche l'attività illecita portata avanti da Scarano nella sua azienda. Furono così ordinate intercettazioni e posizionate telecamere per sorvegliare la Nuova Tessil Pezzame, così da comprendere per intero il "modus operandi" del traffico.
Dapprima erano stati collocati cassonetti in tutta la Brianza, nella città di Milano e nelle province di Alessandria, Novara e Udine, sfruttando il marchio della Onlus il cui presidente era del tutto consapevole della reale attività. Cassonetti che, come si diceva, nella quasi totalità non avevano l'autorizzazione comunale (nonostante questo, i Comuni - un centinaio - non si erano mai accorti della presenza di queste strutture irregolari). Un altro sistema consisteva nella distribuzione di sacchetti vuoti nei quartieri per la raccolta porta a porta.

I blocchi dei carabinieri

Il ritiro degli abiti veniva effettuato da dipendenti della Nuova Tessil Pezzame o da padroncini, con il compenso di 25 centesimi per ogni chilo di vestiti ritirato. Sei persone in tutto, sottoposte all'obbligo di dimora. Gli abiti venivano quindi raccolti nella sede dell'azienda a Solaro e caricati su container. Qui avrebbero invece dovuto essere igienizzati con un prodotto speciale, per comprensibili ragioni sanitarie. Cosa che non avveniva praticamente mai, se non in rarissimi casi: quando Scarano ipotizzava che il carico avrebbe potuto essere controllato, riempiva i Tir in modo da posizionare vestiti igienizzati vicino al portellone. Nonostante questo accorgimento, negli ultimi mesi un paio di Tir sono stati bloccati dai carabinieri.

I carichi e le loro destinazioni

Ai domiciliari è andata una segretaria dell'azienda, che si occupava tra l'altro di produrre la documentazione necessaria al trasporto e anche di falsificare le fatture d'acquisto dell'igienizzante. I carichi prendevano poi due direzioni. Alcuni andavano in Campania, nelle province di Salerno e Caserta, dove vivono persone in contatto con Scarano e dedite alla rivendita di vestiti di seconda mano. Secondo quanto emerso, queste persone sarebbero imparentate con membri della camorra. Altri carichi, attraverso il porto di Genova, viaggiavano invece verso la Tunisia, dove si era trasferito un ex dipendente di Scarano, algerino con moglie tunisina, che gestiva in loco l'attività di rivendita di questi abiti. In totale i carabinieri hanno appurato qualcosa come diecimila tonnellate di abiti rivenduti in questo modo, ma si tratta solo della quantità che è potuta emergere dalle documentazioni. In realtà il giro d'affari è sicuramente più ingente, si ipotizzano almeno tre milioni di euro di guadagno illecito.

Gli inquirenti

«Sempre più spesso la criminalità ambientale persegue l'illecito profitto. Il reato non è più il fine ultimo ma il mezzo per guadagnare illecitamente. E sempre più spesso ci troviamo di fronte non solo a semplici reati ambientali ma anche al delitto di impresa», ha commentato il tenente colonnello Massimiliano Corsano, a capo del Comando Tutela ambiente, il gruppo che ha la competenza sui Nuclei operativi ecologici di tutto il Nord Italia.

Gli arrestati

In tutto sono state arrestate due persone, ovvero Scarano e Giusti. Altre tre sono state messe ai domiciliari: Daniela F., compagna di Scarano; Susanna D.P., segretaria dell'azienda di Scarano; e il collaboratore Chamesseddine B., di origini tunisine. Obbligo di dimora, come detto, per i sei che raccoglievano materialmente gli indumenti dai cassonetti o ritiravano porta a porta i sacchetti pieni. Sono stati anche sequetrati tre automezzi e l'azienda di Scarano oltre alla Onlus e ai conti correnti.

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