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Strage di viale Ungheria, processo da rifare: lo ha deciso la Cassazione

A distanza di quattordici anni non ci sono responsabili per la morte degli agenti Adriano Ruttar, Giuseppe Guido Zanier e Paolo Cragnolino. La Suprema Corte ha rinviato gli atti alla Corte d'Appello di Trieste

La seconda sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza pronunciata il 5 dicembre 2008 dalla Corte d'assise d'appello di Trieste per la strage dell'anitiviglia di Natale, che sconvolse  Udine nel 1998.

In secondo grado vennero identificati come responsabili e condannati all'ergastolo gli albanesi Ilir Mihasi, di 41 anni, e Saimir Sadria, di 34, per omicidio plurimo aggravato; altri due imputati, l'ucraina Tatiana Andreicik, di 33 anni, e l'italiano Nicola Fascicolo di 52, erano stati assolti.

La Suprema Corte ha accolto tutti i motivi delle difese che contestavano le condanne sia sul fronte dell'associazione mafiosa sia dell'omicidio plurimo. Il processo che cerca di far luce sulla morte dei tre agenti delle Volanti della Questura di Udine - Giuseppe Guido Zanier, Paolo Cragnolino e Adriano Ruttar - deceduti all'alba del 23 dicembre 1998 a causa dello scoppio di un ordigno davanti alla saracinesca di un negozio di telefonia, è quindi da rifare. Una volta depositati i motivi gli atti torneranno a Trieste.

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L'avvocato udinese Alberto Tedeschi, per Mihasi, e la goriziana Laura Luzzato Guerrini per Sadria, avevano proclamato la loro innocenza fin dal primo momento, quando avevano suggerito altre piste investigative da seguire. La Cassazione ha fatto cadere la condanna per associazione mafiosa pronunciata anche nei confronti di Tatiana Andreicik e Nicola Fascicolo, difesi dagli avvocati Luzzato e Maurizio Miculan, oltre che dei due imputati Vincenzo Cifarelli e Vatai Sander, due posizioni ''minori'' nell'ambito dell'associazione a delinquere.

Lo stesso Procuratore generale presso la Suprema corte Esposito, nell'udienza odierna, aveva fatto propri i motivi di ricorso presentati dagli avvocati friulani. 

Al tempo l'indagine fu sviluppata dal sostituto procuratore della repubblica, Raffaele Tito, che indagò sulla Udine notturna di quegli anni e portò alla luce una organizzazione criminale albanese che 'controllava' i traffici di droga e prostituzione nel capoluogo friulano. In sede di processo le accuse di strage non ressero al dibattimento, ma rimase l'accusa di associazione mafiosa e sfruttamento della prostituzione. In sede d'appello, a dieci anni dal tragico evento, arrivarono due condanne per omicidio plurimo aggravato per i cittadini albanesi, considerati ''braccio armato'' della cosca mafiosa.

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