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Giovedì, 19 Maggio 2022
Cronaca

La magjie dal Furlan in uno spot dell’Arlef

Un omaggio a Pasolini e al "Favoloso mondo di Amélie"

Al è cun grande gjonde che o publichìn il video “Pavee” un sium che al cor su la ponte dai pîts di une frute!” E’ con questa frase che l’Arlef, l’Agjenzie regjonâl pe lenghe furlane, pochi giorni fa ha pubblicato un video-spot sulla lingua friulana per ricordare, soprattutto ai friulani che spesso la sottovalutano, le sue potenzialità espressive e la sua bellezza poetica. “Un sogno che corre sulla punta dei piedi di una bambina”, ma, in fin dei conti, sulla punta della lingua di ciascuno di noi. Una promozione intelligente che mira alla sua divulgazione e a far comprendere come la marilenghe possa essere uno strumento comunicativo diverso, raffinato e speciale. 
Il video-spot dura mezzo minuto. I primi 25 secondi vengono impiegati per presentare una vera e propria storia. Gli ultimi 8 sono invece utilizzati per lo slogan della campagna informativa: “La lengue furlane e je vêr nudriment pal cerviel. Scegli il friulano, sceglilo anche a scuola”.
Molti i riferimenti al noto film del 2001 "Il favoloso mondo di Amélie", di Jean-Pierre Jeunet. Sia per lo stile dello spot, con voce narrante esterna, sia per la musica, assonante alla celebre colonna sonora che Yann Tiersen scrisse per la pellicola francese, sia per alcuni tipi di inquadrature. Prova del nove? La bellissima protagonista appare e viene raccontata come una persona curiosa e insolita, come la celebre parigina Amélie Poulain.
Un video girato bene, studiato nei minimi particolari e che nasconde un omaggio, non troppo celato, ad uno dei padri della Letteratura friulana. La storia della parola “Pavee”, ascoltata e scritta dalla bambina, è infatti una citazione ad un fatto realmente accaduto 75 anni fa. Ovvero nel giorno in cui uno sconosciuto giovane poeta, originario di Casarsa, si innamorò della lingua friulana: Pier Paolo Pasolini. Fu lui stesso a raccontarlo in un saggio poi pubblicato in Empirismo eretico (Garzanti, 1972):

Risuonò la parola ROSADA. Era Livio, un ragazzo dei vicini oltre la strada, i Socolari, a parlare. Un ragazzo alto e d’ossa grosse… Proprio un contadino di quelle parti… Ma gentile e timido come lo sono certi figli di famiglie ricche, pieno di delicatezza, poiché i contadini, si sa, lo dice Lenin, sono dei piccolo-borghesi. Tuttavia Livio parlava certo di cose semplici ed innocenti. La parola “rosada” pronunciata in quella mattinata di sole, non era che una punta espressiva della sua vivacità orale. Certamente quella parola in tutti i secoli del suo uso nel Friuli che si stende di qua del Tagliamento, non era mai stata scritta. Era stata sempre e solamente un suono. Qualunque cosa quella mattina io stessi facendo, dipingendo o scrivendo, certo m’interruppi subito […] E scrissi subito dei versi, in quella parlata friulana della destra del Tagliamento, che fino a quel momento era stata solo un insieme di suoni: cominciai per prima cosa col rendere grafica la parola ROSADA.

Pasolini fissò così, quella mattina dell’estate del 1941, quella che verrà definita l’atto di nascita della sua poesia. Atto che ebbe origine, dunque, dalla necessità di scrivere in una lingua che fino ad allora era solo parlata, il dialetto di ca da l’aga, della riva destra del Tagliamento. La sua prima raccolta, pubblicata a sue spese nel 1942, “Paoesie a Casarsa”, si apre infatti con un breve componimento ispirato alle rogge che scorrono nel territorio casarsese e canta la freschezza e la purezza di un mondo da scoprire. 

Fontana di aga dal me paìs. / Fontana di acqua del mio paese.
A no è aga pì fres-cia che tal me paìs. / Non c’è acqua più fresca che al mio paese.
Fontana di rustic amòur. / Fontana di rustico amore.

“La lengue furlane e je vêr nudriment pal cerviel”, Pasolini lo aveva scoperto già nel 1941.

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