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Sospetta scabbia: «Nelle nostre zone si registrano 10/15 casi l'anno tra la popolazione locale»

L'azienda ospedaliera, per mezzo di un comunicato ufficiale, fa alcune precisazioni riguardo alla possibilità di contrarre la malattia: «L'infezione è facilmente eradicabile se trattata con farmaci, perlopiù ad uso esterno, e misure igieniche adeguate»

Le valutazioni dell'azienda ospedaliera, dopo quanto accaduto nei giorni scorsi, sulla questione "scabbia". 

Riguardo agli allarmi suscitati in questi giorni da notizie relative a possibili casi di scabbia rilevati tra i profughi affluiti nel nostro territorio devono essere fatte alcune doverose premesse.

La prima è che la scabbia è una ectoparassitosi (cioè infestazione determinata da un parassita che si diffonde per vie esterne), la quale si trasmette esclusivamente per contatto prolungato e diretto pelle-a-pelle con le lesioni di una persona che ha la scabbia. Una stretta di mano o un abbraccio rapido non diffondono la scabbia: negli adulti può essere acquisita con contatto sessuale. Si può diffondere più facilmente in condizioni di affollamento, quando la vicinanza corpo/pelle è importante e, soprattutto, prolungata. L’infezione è facilmente eradicabile se trattata con farmaci, perlopiù ad uso esterno, e misure igieniche adeguate. La seconda è che nelle nostre zone si registrano comunque 10-15 casi di scabbia all’anno tra la popolazione locale.

Fatte queste premesse, rispetto alla nostra specifica esperienza di questi giorni va detto che i casi di sospetta scabbia identificati a partire dal mese di maggio sono stati 8 in un primo gruppo di 80 persone ospitate alla Cavarzerani (si tratta del gruppo successivamente trasferito in altre regioni) subito dopo l'installazione delle tende (per le docce venivano utilizzate quelle messe a disposizione dalla Croce Rossa): tutti sono stati trattati correttamente. Nei giorni scorsi due medici e due assistenti sanitari hanno visitato 140 persone ospiti nella caserma per completare il percorso sanitario ed è stato rilevato un solo caso di sospetta scabbia, trattato. Altri casi isolati di sospetta scabbia, non più di una decina, sono stati rilevati nel corso degli ultimi 3/4 mesi in soggetti migranti, tutti trattati. Questo non significa che si produca un aumento del rischio di diffusione nella popolazione generale: la scabbia, infatti, riflette le condizioni di disagio, di promiscuità forzata e di scarsa accoglienza. 

Certamente il punto critico non è, quindi, la gravità della patologia o un rischio elevato di diffusione nella nostra comunità – date le particolari condizioni di trasmissione della stessa sopra richiamate – ma la possibilità di garantire che i soggetti affetti seguano effettivamente la terapia e siano ospitati in condizioni igieniche sufficienti a favorire l’eradicazione dell’acaro: questo significa spazi dotati dei requisiti minimi essenziali di igiene e pulizia. In assenza di queste condizioni, invece, le “visite mediche preventive” generalizzate, la cui utilità percepita è sicuramente legata alla cultura storica del certificato di “sana e robusta costituzione” – eliminato dalle leggi ma non dal sentire popolare – risultano invece di scarsa utilità sia per i migranti sia per la popolazione generale. Pur comprendendo la preoccupazione che si può generare in queste situazioni di fibrillazione mediatica e di scarsa chiarezza, questa non deve trasformarsi in allarmismo ingiustificato. Deve essere ulteriormente precisato che la maggior parte dei profughi giunge nel nostro paese in buone condizioni di salute, come confermano tutti i dati di letteratura. Sono poi a rischio di sviluppare malattie trasmissibili a causa delle scadenti condizioni igieniche in cui si trovano a vivere. Infatti, l’esperienza ultradecennale regionale, nonché i dati nazionali, supportano concretamente l’affermazione che i soggetti migranti giunti nel nostro paese presentano sostanzialmente un buono stato di salute; la maggior parte delle patologie rilevate derivano da traumi da agenti fisici/chimici, dalle condizioni di estrema debilitazione dovute al viaggio e, successivamente, dal perdurare di condizioni di vita disagiate che favoriscono appunto il rischio di ammalarsi.

    

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