Mercoledì, 28 Luglio 2021
Cronaca

«Il dramma non è che arrivino, ma come e perché e continuare ad affrontare la cosa con approssimazione»

Il sindaco di Pradamano Enrico Mossenta sta gestendo diversi arrivi di persone migranti nel suo Comune. Ieri è sceso in strada con altri cittadini a portare pane e acqua e a parlare con uomini e ragazzi pakistani e afghani. «In attesa che la Prefettura mi convochi, cerco di fare qualcosa nel mio piccolo»

Alcune delle persone rintracciate nei giorni scorsi

«Il dramma non è averli qui, il dramma è il motivo che li ha spinti a intraprendere un viaggio anche di un anno e mezzo che li ha portati fin qui. l dramma è cosa succede nei campi in Bosnia, sono le organizzazioni che li scaricano». Enrico Mossenta, sindaco di Pradamano, è alle prese con l'arrivo sul suo comune di decine di persone  migranti dai Balcani, nelle ultime settimane. La sua posizione si differenzia praticamente da tutte quelle degli altri amministratori che si ascoltano quotidianamente, di fronte all'acuirsi nuovamente del fenomeno migratorio dalla cosiddetta "rotta Balcanica", con decine di uomini e ragazzi di origine pakistana e afghana in Friuli Venezia Giulia.

Chi si barrica in casa, chi porta un pezzo di pane

Pradamano si trova proprio sulla strada per Udine. Insieme a Buttrio e i quartieri sud di Udine, come Paparotti, è stato - e sarà per diverso tempo - teatro di diversi rintracciamenti di persone scaricate da mezzi che arrivano dalla Slovenia. Le notizie degli arrivi si sono susseguite numerose negli ultimi giorni, scatenando come prevedibile le preoccupazioni e le ire di molti, cittadini e amministratori. Ma tra i "rispediteli a casa loro" e i "ho io la cura giusta per eliminare radicalmente questo problema", c'è stato chi lontano dalla caciara dei social ha provato a fare qualcosa

«Nell'attesa che la Prefettura mi convochi, come ho chiesto ormai da tempo - ci racconta Mossenta - ho fatto quello che hanno fatto anche altri cittadini prima di me, sono andato a portare pane e acqua a queste persone». Tra i residenti di Pradamano, c'è chi ha chiamato gli amministratori per esternare le sue lecite paure, c'è chi, nonostante la preoccupazione, è sceso in strada a fare quel che poco che poteva. «Quando sono andato a parlare con queste persone ho trovato una signora che dava loro dei biscotti. E non era la sola». E prima che si levi la voce "se li prenda a casa sua", qui si tratta di un gesto di umanità minima, nell'attesa di sapere come riempire un vuoto normativo e gestionale che ha radici piuttosto lontane nel tempo, visto che il fenomeno migratorio non è certo esploso oggi.

Le reazioni

La situazione ormai è chiara, a Pradamano ma non solo, ovviamente: gli arrivi in Friuli sono ripresi, «ormai è da almeno due settimane che continuano ad arrivare: vengono scaricati al confine tra Pradamano e Buttrio e poi camminano verso la città e sistematicamente sono bloccati dalle forze dell'ordine. Sono diverse decine di persone, ormai credo centinaia. I residenti reagiscono con preoccupazione, però quando si fermano per le nostre strade qualcuno interviene portando pane e biscotti. Chi è preoccupato chiama gli amministratori dicendo che ha paura di casa. Io gli spiego che non stiamo parlando di persone che si riversano nel nostro territorio per fare furti: sono arrivati dopo viaggi lunghissimi, anche di un anno e mezzo, come mi hanno detto ieri».

Cosa si può fare

La storia si ripete, dunque. Senza che negli anni sia mai stato fatto qualcosa di davvero concreto non tanto per fermare un fenomeno umano, quello della migrazione, quanto per attutirlo e includerlo nel nostro tessuto societario. 
«Arrivano qui ma non tutti vogliono fermarsi e il controllo del territorio c'è ed è intensificato dalle forze dell'ordine: ma non è quello il dramma. Il dramma è capire come e perché arrivano, perché tutti in questo momento e capire se si fermerà, anche se penso che sarà così per tutta l'estate» ammette Mossenta. «Bisogna capire cosa sta succedendo in Bosnia, nei campi profughi da cui partono camminando lungo la Crozia e la Slovenia. Io umanamente penso che, in attesa che qualcuno mi convochi (la Prefettura, nd.r.), mi posso organizzare come amministrazione per fare qualcosa nel mio piccolo, come mettere telecamere, fari, strutture. Ma non ho risposte, sebbene qualcosa in autonomia lo stia già facendo». Oltre che portare pane e acqua e parlare con loro, Mossenta ha preso contatti con la Croce Rossa e un'associazione italo-pakistana. «È necessario fare rete.. tra queste persone ci sono anche minori, che in quanto tali sono in carico al Comune e quindi sono "figli miei". Io sono convinto che non esiste un'emergenza ma l'unica cosa da non fare è continuare ad andare "a spannometro e via"».

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