«Precarietà e disoccupazione, i giovani le prime vittime»

L’allarme della Cgil Fvg in occasione del “referendum day” su voucher e appalti

Fotografia di Francesco Buonopane

Oltre 50mila lavoratori interessati e 6 milioni di voucher venduti lo scorso anno, con un tasso di crescita del 40% dal 2011 e del 20% lo scorso anno rispetto al 2015. Questi i numeri dell’emergenza voucher in Friuli Venezia Giulia, dove il fenomeno – analogamente a quanto avviene nel resto del Paese – si sta rivelando sempre più come una scorciatoia per aggirare le tutele legilative e contrattuali, piuttosto che uno strumento per regolarizzare e far emergere dal nero il cosiddetto lavoro accessorio. A fronte di un numero di utilizzatori che come detto supera in regione le 50mila unità complessive nel corso dell’anno, e che una volta noti i dati dell’intero 2016 potrebbe sfiorare le 60mila, cresce anche il numero di lavoratori per i quali i voucher sono l’unico reddito, stimati dalla Cgil in almeno 6.000 unità, a testimonianza di un fenomeno sempre meno marginale nell’ambito del panorama occupazionale regionale.

A sottolineare questi dati è il segretario regionale della Cgil Villiam Pezzetta, in occasione del “referendum day”, la giornata di mobilitazione indetta dalla Cgil per sollecitare il Governo a definire le date delle consultazioni su voucher e appalti, i due quesiti promossi dal principale sindacato italiano con oltre 1,1 milione di firme, e “sopravvissuti” al vaglio della Corte Costituzionale, che ha invece dichiarato inammissibile il terzo referendum, quello sull’articolo 18. «La battaglia per reintrodurre nuove misure contro i licenziamenti illegittimi proseguirà con forme diverse ma nonostante la bocciatura del quesito sull’articolo 18 siamo fermamente convinti dell’importanza cruciale di questa campagna referendaria, che mira ad abrogare l’attuale legislazione per introdurre nuove regole a tutela di quelle fasce di lavoratori più esposti alla precarietà, come sono appunto quelli retribuiti con i voucher e quelli impegnati nella catena degli appalti», spiega ancora Pezzetta, al termine di una giornata che ha visto la Cgil in piazza a Trieste, Monfalcone, Udine e Pordenone.

A rendere più crudi i numeri, per la Cgil, anche il loro impatto, che grava in modo più pesante sulle giovani generazioni. «La tendenza cui assistiamo, e che vogliamo invertire con la campagna sui referendum e con la proposta di legge chiamata Carta dei diritti universali del lavoro, è una progressiva tendenza alla precarizzazione, all’impoverimeto e alla perdità di qualità complessiva del lavoro. Se i voucher sono in questo momento la punta dell’iceberg, l’andamento complessivo del mercato del lavoro – dichiara il segretario regionale – ci dice non solo che l’occupazione non riparte, e che il boom di assuznioni a tempo indeterminato registrato nel 2015 si è sgonfiato con il venir meno degli incentivi, ma anche che la disoccupazione e la precarietà penalizzano soprattutto i giovani. Se nel 2008 gli under 35 occupati in regione erano 150mila, il 30% del totale, a fine 2015 erano 101mila, poco più del 20%. Da quasi 1 su 3 a poco meno di 1 su 5. E se l’impatto negativo della crisi è di 20mila posti persi, è evidente che non siamo di fronte solo a un calo occupazionale, ma a un invecchiamento del mercato del lavoro che rischia di rivelarsi una condanna per un’intera generazione».

In questo contesto generale, segnato dalla crisi e dall’innalzamento dell’età pensionistica, forme precarie di lavoro come le collaborazioni, le partite Iva obbligate e i voucher rischiano di essere per i giovani l’unica o la princiopale porta d’ingresso nel mercato del lavoro. «Non a caso – rimarca ancora Pezzetta il 60% degli utilizzatori di buoni lavoro si colloca nella fascia al di sotto dei 40 anni». Una realtà che per qualcuno rischia di trasformarsi in disperazione, come ha purtroppo rivelato nel modo più tragico la vicenda del giovane friulano suicidatosi la scorsa settimana: «Lungi da noi – conclude Pezzetta – l’intento di strumentalizzare quella che è innanzitutto una tragedia privata. Casi come questo, però, devono suonare come un monito per tutti: per le imprese, il sindacato, la politica, la società civile nel suo complesso, perché è evidente che se non torniamo a dare ai giovani una speranza e una prospettiva, di lavoro e di vita, parlare di ripresa non ha senso».
 

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