Cronache dalla terapia intensiva, tra necessità e difficoltà: le voci di chi è in prima linea

I racconti di due infermiere impegnate al Santa Maria della Misericordia nel reparto maggiormente sotto pressione in questo periodo

Sono tante le ore che ogni giorno gli infermieri passano in terapia intensiva per assistere i pazienti risultati positivi al Covid-19, e dopo una lunga giornata anche loro hanno bisogno di badare a sé stessi. Da qui alcune idee, come quella di creare delle corsie preferenziali per fare la spesa e di mettere a disposizione degli alloggi per gli infermieri che lavorano nei reparti a rischio, per isolarli dalle famiglie.

Corsie preferenziali

La prima proposta arriva da un'infermiera di terapia intensiva dell'ospedale di Udine, che spiega come dopo una giornata di lavoro molto intensa capita di trovarsi di fronte a lunghe code per poter fare la spesa prima di tornare a casa. Certo, la solidarietà non manca, e la professionista si commuove di fronte al tanto sostegno che in questi giorni circola a supporto di tutto il personale sanitario.

La testimonianza

«Oggi, dopo aver fatto una notte infinita sono andata al supermercato nelle vicinanze, e di fronte mi sono trovata una coda di 40 persone» racconta. L'infermiera ha chiesto a quanti stavano aspettando in fila di poter passare avanti, senza dover attendere per comprare dei semplici ingredienti per la giornata. «Non chiedo di essere ringraziata per il mio lavoro, ma di essere compresa, e la comprensione si dimostra a piccoli gesti». Tutti quelli in coda hanno accettato di buon grado, ma il personale dell'esercizio non le ha permesso di bypassare chi la precedeva.

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Alloggi

D'altro canto, c'è chi – tra i colleghi –, invece, sostiene che «è importante organizzarsi per fare la spesa come stanno facendo tutti gli altri lavoratori, anche perché nella nostra regione, per fortuna, è ancor tutto sotto controllo» come spiega un'altra infermiera. «Ci si deve presentare prima in reparto per la vestizione e per indossare tutti i dispositivi di sicurezza, ma non siamo ai livelli di emergenza della Lombardia, ad esempio. L'attenzione, invece, andrebbe posta su mettere a disposizione degli alloggi per chi sta cercando di autoisolarsi dalla propria famiglia, per tutti quegli operatori che lavorano nelle terapie intensive a contatto con i pazienti positivi e che a casa hanno compagni, mariti, mogli o figli. Gli alloggi – chiarisce la professionista – servirebbero a non stare in contatto con le famiglie, per garantire una sicurezza in più e per alleviare la paura del contatto tra i familiari».

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