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Una disabilità e l'amarezza per un trattamento discriminatorio: il racconto

Pubblichiamo una mail ricevuta da una nostra lettrice, relativa a un episodio poco felice che le è capitato in un esercizio pubblico della città

«Vorrei condividere con voi un'esperienza (alquanto sgradevole) di qualche mese fa. Considerata la mia impulsività, ho deciso di lasciar passare qualche giorno in modo tale da sbollire la rabbia. Nonostante sia passato qualche mese la rabbia ancora persiste al solo pensiero».

Inizia così la lettera che ci ha inviato Alessandra, una nostra lettrice studentessa all'Università di Udine, a disagio da tempo per un episodio che ha coinvolto lei e un'amica disabile.

L'EPISODIO. «Un giorno io ed una mia amica costretta alla sedia a rotelle andiamo in un negozio equo e solidale udinese, con l’intenzione di proporci come volontarie. L’idea è venuta a me: so che spesso cercano dei volontari per la sistemazione della merce o l’apposizione dei prezzi. Una signora di mezza età ci accoglie alquanto freddamente e ci risponde con un tono presuntuoso, come se le domandassimo un lavoro a tempo pieno e uno stipendio netto di 2000 euro mensili. Rompe il glaciale silenzio dicendoci: “Beh, di solito non c’è molto da fare se non andare su e giù per le scale con gli scatoloni e disporre gli articoli sulle mensole. Alla sua amica potrei fare usare il computer ma è un lavoro che solitamente faccio io.”. Notiamo un po’ di scocciatura nel tono, la sua frase non lascia possibilità a molte risposte. Cerco di trovare rapidamente una possibile soluzione e le rispondo: “Allora potrei fare io le scale con gli scatoloni e lasciare alla mia amica il compito di sistemare gli articoli sulle mensole”. A quel punto la signora stronca la conversazione in un modo irrispettoso e maleducato che ci pietrifica e ci impedisce qualsiasi tipo di risposta (ripensandoci, forse è stato meglio così): “Beh, voglio proprio vedere come ci arriva la tua amica negli scaffali in alto!”. Non ci viene in mente nulla da dire e, deluse ed amaramente stupite, ringraziamo e ci avviamo verso l’uscita. Come spesso accade, appena varcata la soglia mi vengono in mente tutte le possibili risposte da darle».

LA REAZIONE. «Mi arrabbio con me stessa - prosegue la lettera di Alessandra - per non aver risposto a tono, ma poi conscia del fatto che la gentilezza è l’unica arma con certa gente, reprimo la mia rabbia nei confronti della donna. Cerco razionalmente di darmi una spiegazione: forse avrà avuto una brutta giornata, forse l’abbiamo colta alla sprovvista e non sapeva davvero cosa potesse fare una ragazza in sedia a rotelle, forse non aveva bisogno di volontari e stava cercando di farci desistere. No, non ci sono scuse. Non è una questione di sostanza, ma di forma. Probabilmente la mia amica non avrebbe davvero potuto fare nulla di pratico e utile, ma c’erano milioni di risposte migliori della sua. Avrebbe potuto dirci semplicemente di non aver bisogno di volontari, avrebbe potuto chiederci un indirizzo e-mail nel caso in cui le fosse venuto in mente qualcosa da farle fare, avrebbe potuto farle sistemare gli scaffali mediani per un’ora a settimana, avrebbe potuto semplicemente insegnarle dove sono gli articoli per aiutare la clientela nella ricerca e negli acquisti. Qualsiasi cosa. Siamo rimaste davvero amareggiate. Ecco un mero esempio di insensibilità e mancanza di tatto nei confronti delle persone diversamente abili. Trovo assurdo che nel 2016 si verifichino ancora episodi di discriminazione legati ad una disabilità di tipo fisico, in questo caso, ma che potrebbero allargarsi ad altre realtà. In una società che si schiera, a suo dire, sempre dalla parte dei più deboli, un episodio di questo tipo non dovrebbe succedere in nessun negozio, in nessuna stazione ferroviaria, in nessun luogo pubblico o privato che sia. Con ciò invito tutti a riflettere, non tanto sull’episodio che vi ho raccontato, bensì su tutti quelli già accaduti e che accadono ogni giorno, nella speranza che ci siano di insegnamento per un futuro realmente solidale e cooperativo».

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