Il "miracolo" dell'ospedale di Udine: ancora più eccellente durante l'emergenza

L'emergenza sanitaria ha fatto sì che collaborazione e efficienza fossero le parole del giorno: sono aumentati i posti di terapia intensiva, sono aumentate tecnologie e strutture. L'intervista al direttore del dipartimento di Anestesia e Rianimazione Amato De Monte

Un lavoro eccezionale, a testa bassa. Alla "friulana", insomma. Il personale sanitario dell'ospedale di Udine, dai dirigenti alle infermiere, dai medici alle oss, ha affrontato l'emergenza sanitaria in maniera esemplare, non solo diventando punto di riferimento per tutto il paese con delle cure per il coronavirus (come l'ozonoterapia) ma anche cogliendo l'occasione addirittura per migliorarsi.

«Eravamo già un'eccellenza, siamo riusciti a fare ancora di meglio», ci racconta Amato De Monte, direttore del dipartimento di Anestesia e Rianimazione.

Pazienti da fuori regioni curati a Udine

«L'ospedale di Udine nel giro di 5 settimane ha attivato 10 posti in terapia intensiva, grazie alla programmazione che è stata fatta in questo periodo emergenziale. Ci auguriamo che non arrivi mai un'ondata di ritorno - continua De Monte - ma se dovesse succedere noi siamo prontissimi». Quel che è successo a Udine non ha nulla di miracoloso, ma è frutto di un lavoro di squadra consentito certamente da una casistica inferiore rispetto ad altre regioni, ma che ha origine da un modus operandi evidentemente collaudato da tempo. De Monte parla in continuazione di collaborazione e disponibilità, due sostantivi evidentemente imprescindibili per raccontare quello che è successo al Santa Maria della Misericordia negli ultimi tre mesi. «Forse le persone non si è capito tanto quello che abbiamo fatto: siamo riusciti a lavorare in emergenza senza che l'emergenza ci travolgesse e riuscendo persino a migliorare la funzionalità dell'ospedale».

Le donazioni

All'inizio dell'emergenza c'è stato un tam tam mediatico piuttosto importante che ha portato i friulani a donare moltissimi soldi a favore dell'ospedale: alcune donazioni erano mirate ai reparti, terapia intensiva, malattie infettive, anestesia e rianimazione, alcune donazioni hanno riguardato l'acquisto di materiali e strumentazioni, altre sono servite a una ristrutturazione strutturale dell'ospedale. «Milioni», dice De Monte. Una generosità che, unita all'efficienza del personale, ha reso ancora più prestante l'ospedale cittadino. «Disponiamo rispetto a prima di 10 posti in più in terapia intensiva: ogni postazione di terapia intensiva costa dagli 80 ai 100mila euro e necessita di personale adeguatamente preparato. Oltre ai 28 posti letto attrezzati della prima terapia intensiva, ora ci sono anche questi».

Il lavoro di squadra

In quasi tre mesi si è quindi data prova di collaborazione «ma anche di trasversalità per quanto riguarda il dipartimento di Anestesia e rianimazione - continua De Monte - e c'è stato un grandissimo miglioramento della risposta, dal punto di vista tecnologico e strutturale». Un fatto per nulla scontato se si pensa che c'era un'emergenza sanitaria in corso. «Vorrei che si capisse bene il lavoro che è stato fatto, non solo sull'apparato edilizio dell'ospedale ma anche dal punto di vista medico, con il dottor Flavio Bassi, direttore del dipartimento di Anestesia e Rianimazione 2 e la dottoressa Tiziana Bove, direttrice della clinica di Anestesia e Rianimazione: un eccezionale modo di collaborare per il bene collettivo».

Verso la riapertura

«Mi pare che una riapertura la chieda tutto il mondo, c'è il desiderio e la necessità di riavviare una vita normale - dichiara De Monte - e non è pensabile vivere in difesa, è chiaro che bisogna sicuramente ripartire». Detto da un medico, è un segnale decisamente rilevante.

«L'unico grande esempio di pandemia è stata la Spagnola di inizio secolo scorso e anche lì siamo ripartiti con le protezioni, anche se io non posso tirare a indovinare su come andranno le cose ma solo far tesoro del fatto che mantenendo un certo tipo di atteggiamento siamo riusciti a tenere sotto controllo». Se dovesse ripresentarsi un'emergenza, De Monte è convinto che - almeno in Friuli - «adesso dal punto di vista organizzativo siamo più pronti ad affrontarla, sappiamo mantenere un atteggiamento di prevenzione per limitare il contagio, possiamo fare diagnosi precoci e conosciamo sintomatologia e cure intensive». Tutto quello che in Lombardia non si è riusciti a fare per i numeri: «ci sono stati tanti morti perché i pazienti sono arrivati a decine in ospedale, ma se arrivano in maniera diluita, noi abbiamo avuto la possibilità di trattare i pazienti senza l'assillo di trovarci senza risorse»


 

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