Morto a 38 anni Maxime Cella, poeta vinto dalla leucemia

Professore negli istituti superiori di Udine, Cella era traduttore dal francese, poeta e colto letterato. Nato in Francia, si era trasferito in Friuli fin da piccolo

Nato nel 1980 a Rueil-Malmaison in Francia, Maxime Cella ha vissuto e studiato a Udine, dove ha coltivato la sua poesia come passione e professione diventando professore di lingue. A tratteggiare un suo ricordo sono le parole dell'amico e collega Carlo Londero.

 
Maxime Cella è morto martedì 25 giugno, dopo soli sei mesi dalla diagnosi di un’inesorabile leucemia. Nato il 6 settembre 1980 a Rueil-Malmaison (Francia), assieme alla madre si è trasferito ancora bambino a Forni di Sopra e in seguito a Udine. Cella, che da qualche anno era professore di lingue negli istituti superiori, era soprattutto un colto letterato. Ha tradotto di Platonov il racconto lungo Il sobborgo dei postiglioni e si apprestava a nuove traduzioni dal francese. Lettore raffinato di poesia, di tutti i secoli, di tutti i paesi, negli ultimi mesi si era dedicato alla lettura approfondita del Canzoniere di Petrarca. Per quanto riguarda la poesia in proprio, Cella ha pubblicato suoi versi su riviste cartacee e online nazionali (ad esempio “l’immaginazione” della Manni di Lecce e “Nazione indiana”) e su periodici di più recente formazione come “Digressioni” e l’udinese “Tam Tam”. Nel 2011 aveva dato alle stampe la plaquette Dieci poesie (Edizioni del Tavolo Rosso, Stamperia Albicocco, Udine) con un’incisione di Vincenzo Balena e una nota di Rodolfo Zucco. Da qualche tempo il suo desiderio era quello di raccogliere in volume l’intera produzione poetica di editi e inediti, opera che rimane irrealizzata. Aveva inoltre iniziato a scrivere delle prose liriche, ancora mai pubblicate. Schivo della mondanità, Cella non ha pubblicato molto. Ma la poesia non si misura in quantità, ed egli risulta senz’altro uno dei migliori poeti contemporanei, anche rispetto a nomi più affermati. Il valore dei suoi versi, la ricerca formale, la spiccata sensibilità linguistica e l’affinata conoscenza lo avvicinano ai grandi del Novecento, uno su tutti al celebre Vittorio Sereni.

Così scriveva nella quarta delle Dieci poesie: «e se pure si cova ancora amore / è coda di lucertola il suo disperdersi. / Effacez, effacez vite incalzava il maestro … / … Strali a dar fiato e nulla più si dirà / ma giunti al fondo invece? / quel giorno / il sole tramontò come previsto».

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