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Sabato, 4 Febbraio 2023
dite il suo nome ad alta voce / Pasian di Prato

Ledjan aveva 17 anni e la sua morte è anche responsabilità nostra. Come lo era la sua vita

Si chiamava Ledjan Imeraj il giovane morto ieri notte nel terribile incendio che ha devastato una comunità per minori stranieri non accompagnati a Pasian di Prato. Studiava per diventare carrozziere, amava la montagna e ballare le danze popolari del suo paese, l'Albania

Un nome, un cognome, una vita. Dietro “un ragazzo di 17 anni di origini albanesi” c’è una storia molto più grande di quella che noi possiamo ridurre in queste poche parole. Ledjan Imeraj. Si chiamava così. Ledjan Imeraj. E ripetere il suo nome ci deve servire, il suo nome ci deve rimanere in testa il più possibile perché "un nome è perduto per sempre se nessuno lo chiama", come cantava Gianmaria Testa. Ledjan è morto ieri notte, in un incendio che gli ha strappato il sogno di costruirsi e vivere quella vita dignitosa e serena che cercava. E che si meritava. Perché Ledjan era nato in una famiglia di umili origini, insieme alla quale aveva deciso di provare ad inseguirlo, quel sogno. E ci stava riuscendo, con impegno e volontà. Ledjan a 15 anni era partito per l’Italia, arrivando prima a Trieste e poi a Pasian di Prato, “accolto” in una delle strutture della società cooperativa Aedis, che si occupa di minori stranieri non accompagnati in provincia di Udine. Non tornava a casa da quando era partito e non vedeva l'ora di compiere 18 anni per poter riabbracciare la sua famiglia, che sentiva ogni sera al termine della giornata. 

Le fiamme, le urla, l'arrivo dei vigili del fuoco

Immaginatelo

Niente era stato facile, da solo e così piccolo in un paese di cui non parlava la lingua e in mezzo a decine di ragazzi provenienti da altre parti del mondo. Ma Ledjan ce l’ha messa tutta. E ce la stava facendo. Si era iscritto all’Enaip, al corso per carrozzieri. E, contemporaneamente, come tanti minori che arrivano in Italia con il loro sogno tra le mani, nello stesso anno ha anche frequentato le lezioni per prendere il diploma di terza media. “La scuola era l’unico posto dove si sentiva visto”, ci racconta un’educatrice che lo affiancava da tempo nel suo percorso di inclusione e che ora non si dà pace per quanto accaduto. “Quanto è successo è una responsabilità comune, di tutti noi… spero che tutto questo ci faccia riflettere sul modo in cui ci si deve prendere cura di questi ragazzi, perché non si può giocare con la loro vita”. Vite fragili che si affidano. Anche Ledjan aveva fatto così: aveva deciso, insieme ai suoi genitori, di affidarsi. Avevano scelto insieme di seguire una strada non facile - allontanarsi, stare in un paese “straniero”, ricostruirsi – con l’unico scopo che hanno tutte le persone che decidono di partire: stare meglio. La vita fragile di Ledjan si stava costruendo, pezzettino dopo pezzettino.

Ledjan, Ledjan

Ledjan era un ragazzo che amava la montagna e la natura in generale. Passava ore ad ascoltare musica: in Albania era ballerino nel gruppo della scuola. Conosceva e amava ballare le danze tradizionali con cui intratteneva e coinvolgeva spesso i compagni, anche qui in Italia. “Ledjan era una persona gentile, altruista e sensibile, l'amicizia e la lealtà erano due valori molto importanti per lui, si prodigava per aiutare chiunque stesse male”, testimoniano le parole di chi in questi anni aveva imparato a conoscerlo e a volergli bene. Gli amici di scuola, il diploma di terza media, il primo anno da carrozziere superato con i commenti positivi dei professori, perché Ledjan era diligente, era serio (anche se sempre con il sorriso in volto, spesso nascosto per paura di far vedere quei denti di cui diceva sempre di non sentirsi fiero, ma che lo rendevano unico), Ledjan era instancabile nonostante i suoi mal di testa che chi gli stava accanto aveva imparato a conoscere, era volenteroso, Ledjan era uno di quelli che faceva e aveva voglia di fare. A Ledjan piaceva fare il carrozziere, vedere che le cose andavano al loro posto una alla volta e per questo, tramite la scuola, quest’estate aveva trovato un lavoro che lo aveva appassionato tanto, un progetto di recupero per sistemare il vagone di una littorina a Resia. Tutto nella sua vita stava piano piano trovando il suo posto, come le automobili che stava imparando ad aggiustare. L'italiano che migliorava di giorno in giorno, la fiducia in se stesso, le competenze per poter trovare un lavoro ed essere indipendente. Il desiderio di rivedere presto la sua famiglia. Ieri, ultimo giorno del 2022, aveva in programma una gita a Venezia con alcuni amici, per salutare l'anno insieme. 

Fino a ieri notte

Lui è morto. Il suo compagno di stanza, un ragazzo di 16 anni di origini ghanesi, è in fin di vita. Gli altri ragazzi che si trovavano nella struttura sono stati trasferiti in un altro edificio. E sono sconvolti. Tutti, ci scommettiamo, si stanno chiedendo perché hanno sacrificato così tanto della loro giovane vita, privandosi dei loro affetti e delle loro certezze, per ritrovarsi tra le fiamme, nel cuore di una notte d’inverno friulana, in un posto così distante da quella che è la loro vera casa. Perché finché tutte e tutti noi non saremo in grado di “vederli”, di farli sentire davvero accolti, di fargli credere che il loro sogno è anche il nostro, finché la loro vita non andrà davvero meglio, questa non sarà mai casa loro. 
Ieri è morto un ragazzo di diciassette anni, compiuti lo scorso 29 ottobre. Ieri è morto Ledjan Imeraj. E sì, la sua morte è una responsabilità di tutti noi. Come lo era la sua vita fragile che ci aveva affidato.

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