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Martedì, 18 Gennaio 2022
Cronaca

La perizia dice overdose, la difesa mix di farmaci: ancora aperto il caso del 22enne morto in carcere

"Si chiamava Ziad Dzhihad Krizh ed era un giovane detenuto di 22 anni, morto a Udine - in carcere - il 15 marzo 2020", cominciano così le memorie difensive dell'avvocato Marco Cavallini del Foro di Udine

Ne abbiamo scritto nella primavera del 2020: Ziad è morto in carcere a Udine a 22 anni, quando la pandemia aveva appena iniziato a ruggire e a determinare la nostra quotidianità. La mamma del giovane chiedeva chiarezza, il garante per i diritti delle persone detenute si interessava al caso. Ora è l'avvocato Marco Cavallini a presentare le sue memorie.

Le memorie dell'avvocato

Si chiamava Ziad Dzhihad Krizh ed era un giovane detenuto di 22 anni, morto a Udine - in carcere - il 15 marzo 2020. È uno dei tanti detenuti morti in cella in questo periodo di pandemia, segnato da un peggioramento delle condizioni e anche da forti proteste e da pesanti repressioni. (...). La morte di Ziad appare poco limpida e le sue cause poco chiare, tanto da essere oggetto della presente indagine tutt’ora in corso. L’analisi chimico-tossicologiche sui campioni biologici prelevati dal cadavere del povero Ziad, effettuata dal dr. Antonio Colatutto e consegnata alla Procura della Repubblica di Udine il 10 agosto dello scorso anno, attesta che sono state rinvenute esclusivamente tracce di metadone e di benzodiazepine, assenti di converso tracce di oppiacei, cannabis, cocaina, amfetamina, ecstasy, buprenorfina ed etanolo. Il dott. Moreschi ha svolto le indagini medico-scientifiche volte ad identificare la causa del decesso e, su espressa richiesta del Pubblico Ministero volta a comprendere se “le cause del decesso fossero riconducibili a errori diagnostici e/o terapeutici dei sanitari che lo ebbero in cura presso la Casa Circondariale di Udine, specificando, in caso affermativo, se siano state osservate le linee guida, protocolli o buone prassi applicabili al caso in esame, il titolo e il grado di colpa”, è pervenuto alle proprie conclusioni che, a parere dei prossimi congiunti del de cuius, non sono sufficientemente satisfattive delle esigenze di verità che devono permeare questa indagine.

Il povero ragazzo venne trovato – dall’infermiere incaricato della distribuzione dei medicinali – privo di coscienza alle 7.45 e decedeva alle 8.21, dopo che gli era stato eseguito massaggio cardiaco e con defibrillatore. La cella n. 13, che lo alloggiava, era occupata da cinque detenuti; il sesto, che avrebbe ceduto dell’hashish a Krizh, era uscito dal carcere il 7 marzo. I compagni di detenzione riferiscono che il giorno prima la vittima aveva uno stato febbrile, sopra il 37.5 gradi. Un altro detenuto attesta che alle cinque Krizh era vivo perché lo aveva sentito russare.

Il diario clinico

La visita di primo ingresso gli viene fatta il 5 novembre 2019 e da essa risulta l’autodichiarazione di consumo di diverse sostanze stupefacenti risalente a quattro mesi prima. Non è presente sindrome di astinenza e viene prescritta una terapia con Diazepam e Seroquel. Il 26 febbraio 2020, dopo quattro mesi, viene prescritta una terapia di Diclofenac per una lombalgia cronica. Il 1° marzo viene citata una Osservazione clinica, non si sa da chi sia stata effettuata, e il paziente riferisce “uno stato di agitazione con sintomi psicotici da abuso prolungato da metanfetamine e crack. Sta usando Suboxone e Tramadolo con beneficio sulla sua condizione di dolore e agitazione. Si prescrive quindi Metadone 20 mg”. Appare anche l’indicazione di somministrazione di Rivotril mattina e pomeriggio, Lyrica mattina e pomeriggio, Rivotril, Seroquel. Dunque, un pesante cocktail di farmaci, non si capisce da chi e perché prescritti. Il 5 marzo viene richiesta visita del Servizio per le tossicodipendenze (SerT) per una rivalutazione della terapia. Il 14 marzo, il giorno prima della morte, Kritzh viene sottoposto a visita medica in sezione, durante la quale avrebbe dichiarato “di aver fatto abuso in questi giorni di sostanze stupefacenti (cannabinoidi) e altre sostanze”. Gli viene consegnata una mascherina chirurgica per prevenzione Covid.

L'autopsia

Nell’autopsia vengono segnalate varie escoriazioni compatibili con atti di autolesionismo. Per il resto non vi sono rilevazioni di patologie. In sostanza trattavasi di un giovane sano. Il prof. Moreschi adduce come causa della morte una overdose di metadone. In realtà, è costretto a ipotizzare “l’assunzione contemporanea di altri farmaci e sostanze che possono agire con effetto additivo nell’aumentare il rischio di morte. Solitamente i decessi dovuti all’assunzione di metadone si verificano per arresto respiratorio spesso nel contesto di abuso di più sostanze”. La relazione che dovrebbe rispondere agli ulteriori quesiti è invece più scarna della precedente, ma compare l’indicazione di visite mediche non citate: il 21 novembre viene ancora modificata la terapia farmacologica con inserimento di Tavor, conferma di Seroquel e Rivotril e sospensione di Valium. Nei giorni seguenti per una lombalgia di origine misteriosa viene trattato con farmaci antinfiammatori; nel febbraio 2020 risulta una visita del medico SerT con prescrizione di Lyrica, sospensione di Seroquel sostituito con Nozinam e aumentato il Rivotril. Non si riesce a comprendere se fosse stata prescritta anche la buprenorfina.

Errori diagnostici?

Con assoluta sicurezza il prof. Moreschi attesta che “non si ravvisano errori diagnostici e/o terapeutici dei sanitari. Il decesso non è correlabile alle cure prestate”. Una sicurezza che, francamente, è difficile da condividere se sol si considera che il povero Krizh era, come detto poc’anzi, un giovane sano ed in salute, privo di precedenti patologie. La famiglia del detenuto ha interpellato un ex Direttore del Dipartimento dipendenze delle ASL di Napoli che ha sollevato i seguenti quesiti/approfondimenti che ci permettiamo di rivolgere agli Organi inquirenti e che riteniamo debbano essere oggetto di ulteriore indagine:

1) Per quale ragione non sono stati ricercati i metaboliti degli psicofarmaci somministrati?
2) Perché non è stato somministrato il naloxone (antagonista degli oppioidi per l’overdose) e l’anexate (antidoto per le benzodiazepine)?
3) Perché il Krizh era in carico al SerT e perché era in terapia con metadone pur non facendo uso di eroina? E perché il metadone non veniva somministrato in infermeria ma direttamente all’interno della cella?
4) Risulta che al 1° marzo Krizh avesse una terapia con Rivotril (benzodiazepina di abuso dei tossicodipendenti) Seroquel, Lyrica e Metadone. Tali farmaci possono interagire tra loro e potenziare vicendevolmente gli effetti sedatici e depressivi sul sistema centrale.
5) Al test tossicologico delle urine compare solo THC e benzodiazepine, in quello del sangue compare il metadone (tracce). Non può essere causa della morte la cannabis. Inoltre, Krizh assumeva il metadone per cui aveva una tolleranza che rende poco probabile l’ipotesi di una overdose legata questo oppioide, visti i dosaggi.
6) Occorre una più approfondita valutazione delle lesioni presenti sul corpo del ragazzo e l’eventuale legame con lo stato di depressione e confusione che viene descritto.

In buona sostanza, pare che l’ipotesi che il cocktail di farmaci prescritti abbia causato effetti deleteri non possa essere scartata. Così pure, appare una evidente confusione e contraddittorietà nelle prescrizioni scritte o in quelle di fatto e nelle visite mediche effettuate. Soprattutto di fronte a un quadro clinico precario come quello che emergeva dalla visita del 14 marzo, appare una scelta discutibile lasciare il paziente in cella e non provvedere, piuttosto, a un ricovero o a una sistemazione più consona con una previsione di visita notturna. La perizia, con un pizzico di cinismo tautologico, ci dice che Krizh è morto perché è morto. Non basta, né ai famigliari né può bastare allo Stato che deve tutelare i propri detenuti. Ora che il ragazzo è deceduto gli si deve almeno chiarezza e trasparenza, rigore negli accertamenti e nelle conclusioni. Confidiamo, dunque, che il Pubblico Ministero Voglia svolgere ogni ulteriore indagine indispensabile per l’accertamento del reale accadimento dei fatti.

Terminano così le memorie difensive dell'avvocato Marco Cavallini, che rappresenta la mamma del giovane. 

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