A 51 anni lascia il lavoro per prendere il diploma insieme al figlio autistico

La bellissima storia di Maria Gariup e di suo figlio Alessio, che hanno preso il diploma di tecnico agrario all'Isis Paolino d'Aquileia di Cividale, grazie alla caparbietà di lei e al sostegno dei compagni di classe, insegnanti ed educatori

Una splendida immagine di Maria e Alessio dopo aver preso il diploma

Ci sono momenti in cui la vita ci mette davanti a un bivio, dove una strada è in salita, faticosa ma con la promessa di una grande soddisfazione, e l’altra è in piano, comoda ma senza grandi prospettive verso il futuro. Quale scegliere? Ognuno valuta le sue capacità e prende consapevolezza dei suoi sogni e così ha fatto anche Maria che, senza battere ciglio, si è messa a camminare lungo un sentiero tortuoso e ripido, sapendo che prima o poi la fatica l’avrebbe ripagata. A 51 anni ha lasciato il lavoro per rimettersi sui banchi di scuola e prendere il diploma di maturità come tecnico agrario all’istituto Paolino d’Aquileia di Cividale per far sì che suo figlio Alessio, affetto da autismo, potesse fare altrettanto.

Chi è

Maria Gariup è una ragioniera contabile classe 1968, residente a Moimacco. Da quando studiava ragioneria, ha sempre pensato che il suo destino fosse diventare una brava contabile. Cosa che ha fatto per ben 25 anni, fino al giorno in cui si è trovata di fronte a quel famoso bivio. Maria è mamma di Alessio, un ragazzo autistico che cinque anni fa ha finito le scuole medie trovandosi davanti il grande muro delle superiori.

La scuola

«Già finire le scuole medie è stato molto difficile a causa dei continui cambi di educatori non qualificati e dell’inadeguatezza del sostegno che lo aveva seguito per tre anni e che lo aveva fatto regredire rispetto alle primarie. I servizi, non hanno curato l’inserimento scolastico e il passaggio dalle medie alle superiori. Nel nostro caso Alessio è persino peggiorato e benché chiedessi un aiuto per farlo seguire in maniera corretta prima che iniziasse le superiori, questo non è successo». Maria è consapevole della difficoltà di suo figlio Alessio, ma la sua riflessione ha uno sguardo più ampio e si riferisce a un problema generalizzato, che non riguarda solo la sua famiglia. «Le cooperative che mettono a disposizione gli educatori vivono di appalti sempre al ribasso e questo fa sì che il personale cambi continuamente senza dare garanzia di una formazione adeguata». Da qui è iniziato un piccolo calvario, Alessio è entrato in crisi non appena sono cominciate le superiori, che hanno portato con sé un cambio di compagni di classe, di insegnanti e di educatori. «Alessio è diventato ingestibile, ribaltava i banchi, non stava seduto, sputava… chi non conosceva il problema ne è rimasto scioccato».

Il bivio

È a questo punto che tutti i nodi di una vita spettinata da sempre vengono al pettine. Dopo due settimane dall’inizio delle superiori Alessio e la sua famiglia sono già a colloquio dal preside. La situazione sembra impossibile da gestire, gli insegnanti cominciano a tirarsi indietro e la sentenza che pare abbattersi sul presente e il futuro di Alessio è quasi perentoria. “Deve lasciare la scuola”. «Ci è stato detto che la scuola non era per lui, hanno tentato di convincermi in tutti i modi di farci desistere, ma più mi dicevano così più io mi incaponivo. Continuavo a pensare che se lo avessi lasciato a casa, se avessi tolto a un ragazzo di 14 anni il diritto di frequentare la scuola, gli avrei tolto tutto».

La scelta

«A quel punto ho pensato una cosa soltanto, “o scuola o niente”. Abbiamo preso in mano la situazione, tenendo ben presente il fatto che a 14 anni c’è ancora la scuola dell’obbligo e dopo un po’ di fatica e molti incontri con il preside ha accettato di riprendere Alessio a patto che a seguirlo ci fossi anche io». In pratica, due al posto di uno. «Non ci ho pensato un attimo ad accettare, perché anche a me e a mio marito era parsa l’unica soluzione percorribile».

Il ritorno a scuola, a 46 anni

Un diploma da ragioniera Maria ce lo ha già, conseguito nell’87, e non ha intenzione di prenderne un altro. Lo scopo è quello di affiancare Alessio nei cinque anni che lo separano al raggiungimento dell’obiettivo, quella maturità che gli può regalare non certamente un titolo, ma l’esperienza di formazione e di vita che dovrebbe spettare di diritto ad ogni adolescente. Il primo anno Maria tenta la via di un part-time, a scuola con Alessio al mattino, lavoro da contabile nel pomeriggio. Il secondo anno la decisione: lascia il lavoro per dedicarsi totalmente alla scuola.

Sui banchi

«Una volta in classe mi sono sentita di invadere un territorio, non solo con i ragazzi ma anche con gli insegnanti. Arrivare in una classe così di botto è stata dura, non solo per me e Alessio, ma anche per i nostri compagni. Nel corso degli anni si sono accorti che ero “una di loro”, non una mamma che rompeva le scatole e credo che mi abbiano voluto bene come sanno fare gli adolescenti». Maria ci racconta di questi cinque anni il giorno dopo aver terminato gli esami di maturità. È esausta, ma la soddisfazione e la gioia di aver intrapreso questo percorso hanno un colore che prevale su quello della stanchezza. «Io e Alessio abbiamo partecipato a tutti i diciottesimi, siamo andati in discoteca e a tutte le gite. È stata un’avventura, a volte faticosissima. Alessio cambia continuamente la sua condizione, destabilizzando anche gli altri e credo che anche per i nostri compagni sia stata un’esperienza unica, a volte difficilissima e a volte bellissima… sono certa però che ora sappiano cosa significhi sacrificio e dedizione».

Gli esami non finiscono mai

Non hanno saltato un’ora di lezione. Né una gita, né una festa. E così la scuola ha proposto a Maria un finale inaspettato per questa strada faticosa, invitandola a sostenere l’esame di maturità, visto l’enorme lavoro condotto per adattare le materia alla comprensione del figlio. I due si sono così preparati per quello che era l’ultimo tornante di quella strada in salita cominciata a percorrere cinque anni prima, gli esami. «Io sono stata aiutata dall’amico ed ex maestro Gaetano Vinciguerra, un insegnante eccezionale che ho conosciuto dieci anni fa ad un convegno sulla sindrome di Down e che ci ha aiutati fin da subito in questo percorso, mentre Alessio è stato costantemente affiancato dall’insegnante di sostegno Igor Peres, che da quando ha conosciuto Alessio è sempre riuscito a guardare oltre». La scorsa settimana per entrambi è stato il momento di sedersi davanti ai professori e dimostrare di essersi guadagnati il diploma di tecnico agrario.

Il futuro

Per entrambi, frequentare questi cinque anni di superiori ha rappresentato un cambio di vita. Se Maria non avesse scelto questa strada, ora probabilmente sarebbe contabile in uno studio di piccole dimensioni, avendo dovuto ridurre l’impegno e rinunciare a lavorare nel grande studio che l’aveva accolta per le sue competenze, e Alessio sarebbe chiuso in casa. «Per me si è aperto un mondo, frequentando questa scuola. Ho scoperto quanto ami l’agricoltura e la terra e adesso vorrei diventare educatore con competenze agricole in qualche azienda. Alessio è già accolto da un anno da un’azienda agricola della zona, ma ora stiamo studiando un progetto serio, che gli regali competenze specifiche ma soprattutto l’autonomia». Sospira, Maria. Sa che la strada in salita non è finita, ma sa anche che la fatica che ha fatto finora le ha regalato un panorama mozzafiato che cinque anni fa era coperto da una montagna gigantesca.

Il messaggio

«La cosa che mi preme di più, oltre al presente e al futuro di mio figlio, è dire agli altri genitori che non si scoraggino mai, che se perdono il treno della scuola fanno uscire i propri figli dalla società con il rischio che non ci rientrino più. Io ho studiato tantissimo e ho avuto la possibilità di lasciare il lavoro, so che non tutti se lo possono permettere, ma so anche che una soluzione, se si vuole davvero, si trova sempre. E, infine, vorrei che la nostra società capisse che i problemi non si possono ignorare, le persone autistiche o con disturbi non si possono escludere pensando di risolvere così la questione. Ci vuole impegno, certo.. ma il fatto che si parli tanto di autismo è perché i numeri sono importanti e allora bisognerebbe strutturare la nostra società in maniera che sappia dare una possibilità anche a loro. Un ringraziamento doveroso va ai genitori dei nostri compagni di classe, perché senza il loro appoggio non avremmo potuto fare tutto questo, loro sono stati sempre al mio fianco e hanno tifato per noi. E, infine, alla scuola che si era dimostrata impreparata, diffidente e che alla fine ha accolto, si è messa in gioco così come tutti gli insegnanti e gli operatori Ata».

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