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Gabriele Giacomini

Gabriele Giacomini

Da Udine un'analisi sulla democrazia: il nuovo libro di Gabriele Giacomini

L'assessore all'Innovazione racconta la sua ultima fatica letteraria analizzando le scelte e i condizionamenti delle persone

Un processo alla democrazia o, meglio, una sua messa in discussione in funzione dei condizionamenti mediatici e sociali dei nostri tempi. Ma anche un’indagine sulle tecniche per ottenere il consenso politico attraverso una serie di importanti considerazioni scientifiche. È quello che emerge da "Psicodemocrazia. Quanto l'irrazionalità condiziona il discorso pubblico" (Mimesis, 2016), l’ultimo libro di Gabriele Giacomini, assessore all’Innovazione del Comune di Udine. 

La sua è un'analisi sulla democrazia che talvolta sembra essere messa in discussione: come mai?
«Viviamo in una “Psicodemocrazia”: un sistema politico dove la psicologia emotiva ed irrazionale dei politici e dei cittadini conta. Dove la passione e il sentimento, l'istinto e la paura vengono utilizzati per la costruzione del consenso. Dove l'immagine del leader in televisione, l'identificazione e la fedeltà in un partito, la battuta caustica su Twitter sono spesso più convincenti di piani programmatici e argomentazioni. Lo dicono le moderne scienze cognitive: i cittadini e i politici informati e perfettamente razionali, che fanno scelte a ragion veduta, dopo aver considerato e soppesato le alternative, non esistono. Esistono invece esseri umani imperfetti, impressionabili e razionalmente limitati. La mia può essere considerata una messa in discussione della democrazia, ma con lo scopo di capire come può funzionare con tutta questa irrazionalità. Del resto l'atteggiamento critico è l'unico che può mantenere la democrazia in buona salute, e difenderla dai rischi di degenerazione».

copertina psicodemocrazia-2 Si parla anche di tecnocrazia. Esiste realmente o è solo un'illusione tra le persone?
«Il pericolo della tecnocrazia è concreto, soprattutto in questi periodi di crisi. Ma è un'illusione, una scorciatoia che può essere molto pericolosa perché può privare progressivamente i cittadini della loro capacità di decidere cosa è bene per loro stessi. Di fronte alle difficoltà delle democrazie, invece di ragionare su queste difficoltà, le si accusa di non essere efficaci, di istituzionalizzare l'impasse decisionale, di essere troppo attente al breve periodo, di promuovere leader mediocri. E si sostituiscono con meccanismi tecnocratici. Con esperti che decidano per tutti. Nei giorni più tristi e cupi della crisi europea tecnici hanno “commissariato” democrazie e loro rappresentanti (si pensi alla cosiddetta “Troika”). Ma è una pseudo-soluzione: gli esperti, i tecnici, posso essere certamente utili con le loro competenze in campi specifici, ma anche loro, come tutti, sono razionalmente limitati. Ad esempio è stato proprio un governo “di esperti” a sottovalutare il problema degli esodati».

Nella prefazione, Angelo Panebianco la definisce un filosofo politico: come immagina la sua società ideale? Abbiamo ancora bisogno della filosofia nell'era delle trasformazioni digitali?
«Abbiamo un grande bisogno di idee ragionate. Che vengono proposte perché sono logiche, razionali. Invece spesso prevalgono voci e parole basate su aneddoti, su impressioni, su emozioni. Soprattutto nell'epoca della velocità della comunicazione, della sua “pervasività”, della frammentazione dei messaggi, nell'epoca in cui il marketing politico ha degli strumenti potentissimi. Pensiamo alla scelta di chiamare un partito "Forza Italia" o un provvedimento "La buona scuola". Chi non tifa per i proprio Paese? Chi può essere contro una scuola "buona"? Nessuno, si direbbe di primo acchito. Ma non ci si può fermare alle impressioni suggerite con operazioni - seppur legittime - di comunicazione. I cittadini devono entrare nel merito e discutere le proposte di un partito, non basta che nel suo dna comunicativo esso tifi per l'Italia. Un provvedimento sulla scuola è buono se formerà persone migliori, non è sufficiente che il suo dna comunicativo lo definisca "buono". Nella mia "società ideale" viene promosso un dibattito pubblico il più possibile di qualità, pluralista ed inclusivo. Numerosi studi cognitivi e sperimentali sul ragionamento collettivo mostrano che le decisioni prese insieme, confrontandosi, sono più razionali, più complete, migliori di quelle che si prenderebbero senza questo confronto».

In base al suo ruolo di assessore, la città di Udine come ragiona? Pensa autonomamente o si fa influenzare dai media e dai cambiamenti?
«Ovviamente dipende da persona a persona. L'Ocse ad esempio ha rilevato nella nostra città il fenomeno del "declinismo": anche se Udine ha risposto alla crisi meglio di molte altre realtà, psicologicamente alcune persone possono accentuare eccessivamente il sentimento di declino, avere un'impressione inadeguatamente pessimistica. Oppure l'incertezza sulla vita in generale può essere "trasferita cognitivamente" in percezione di insicurezza in senso stretto, mentre le statistiche ci dicono che Udine è una città senza grossi problemi di ordine pubblico. Come Amministrazione l'impegno è di ascoltare i cittadini e le loro difficoltà oggettive, senza cedere alle strumentalizzazione, ma agendo nel modo più possibile razionale. Con la sfida di riconoscere e valorizzare le forze positive».

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