«Io non sono un eroe, faccio solo il mio mestiere rischiando fino alle estreme conseguenze»

La testimonianza di Giovanni Sermann, anestesista rianimatore dell'ospedale di Udine, che sta vivendo sulla sua pelle l'emergenza sanitaria del Covid-19

Giovanni Sermann è medico rianimatore all'ospedale di Udine. È, insomma, uno di quelli che sta lavorando sodo nel cuore di questa emergenza sanitaria. È uno di quelli che ci stiamo abituando a chiamare "angeli" o "eroi", è uno di quelli che nel nostre cuore e nella nostra testa ringraziamo ogni giorno senza riuscire a dargli un volto. Da qualche ora è apparsa sul suo profilo Facebook questo lungo post, che ormai sta facendo il giro del web. 

Una lettera come ne abbiamo incrociate diverse, in queste lunghe settimane di emergenza in cui i social ci aiutano a connetterci con il mondo e in cui medici e infermieri di tutta Italia hanno sentito la necessità di condividere con gli altri il loro impegno, le loro emozioni e le loro raccomandazioni. Una lettera come tante, ma come nessuna, che ci ricorda che dietro ogni mascherina c'è una persona che sta lottando per tutti noi.«

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Anche oggi sono uscito dall’inferno. Negli studi classici chi entra ed esce da un inferno ha un accompagnatore. Ma ho dovuto scoprire che non è sempre così: a volte si deve uscire da soli. Ed è molto più difficile.
Pensate a dante? O a Virgilio? No.
Io esco (come centinaia d’altri) da una terapia intensiva covid.
Ti vesti per entrare, e già questo è un’impresa: non puoi sbagliare.
In trent’anni di ospedale so che l’errore colpisce i principianti, perché non hanno le procedure scolpite in testa, e gli esperti, perché l’abitudine porta a saltare passi talora essenziali...
Nel mio caso, col covid sono entrambe le cose: lavoro da una vita ma con questa emergenza sono un principiante.
Siamo in Friuli, non in Lombardia. Qui siamo tutti principianti.
Uscire è più difficile che entrare: ho seguito la procedura? Oppure ho inavvertitamente contaminato un oggetto che poi arriva a casa? Perché il pensiero arriva sempre lì.
La prima volta che sono entrato in zona covid erano le cinque del mattino. Ho intubato un coetaneo. L’ho portato in terapia intensiva. Quando sono uscito, per andare ad attendere il cambio, mi sono stupito di avere il pianto in gola. Non era per la tragedia potenziale del paziente: era la consapevolezza di avere un nemico feroce, invisibile, che potrebbe stare ovunque. Un nemico che non ti avvisa, si palesa quando ormai hai già contagiato chi ti sta attorno.
Via i figli.
Con la compagna si sta distanti.
Sul lavoro ci scriviamo i nomi col pennarello, perché così bardati non ci si riconosce facilmente.
Questa notte, tornando a casa, ho sperato che mi fermassero, per poter scambiare due parole con qualcuno che è all’esterno di tutto questo.
È per questo che rispondo ai tanti che mi chiedono ‘come va’ che è dura. Mi rendo conto di quanto sia importante condividere le proprie esperienze per superarne le ferite interiori e di quanto, in questo momento, sia difficile farlo.
All’esterno resto solido, cerco di dare il meglio di me, faccio il mio mestiere: anestesista rianimatore.
La cosa piú lontana da me è l’idea che tanti esprimono che io faccia parte di una schiera di eroi.
No, grazie. Io non sono un eroe. Io sono uno che fa il suo mestiere. Sapendo che rischia di farlo fino alle estreme conseguenze. That’s life.
Se volete aggiungo che lí dentro, nelle zone off limits dei contagiati, vi è una solidarietà e cooperazione che commuove, c’è sempre chi ti da una mano (in senso lato) anche se sudi sotto gli strati di protezione, non puoi bere, non puoi far pipí, non dico mangiare, o stendersi.. sei stanco e qualcuno viene a parlare con te, così ti ripigli. Cinque minuti, ma sono essenziali.
Ho vissuto una solidarietà meravigliosa.
Spero di essere all’altezza.
 

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