«Così è un genocidio», lettera della figlia di un detenuto nel carcere di Tolmezzo

Da ieri sono stati trasferiti 5 detenuti positivi al Covid 19 da Bologna al carcere di Tolmezzo: si è alzata così la protesta dei parenti

Ieri abbiamo dato la notizia del trasferimento di cinque detenuti dal carcere di Bologna a quello di Tolmezzo, trovati positivi al coronavirus, che ha scatenato le polemiche del sindaco della cittadina montana Francesco Brollo. A sollevare perplessità sono anche i parenti dei detenuti.

Le proteste dei parenti

A quanto riferito dalla figlia di un detenuto, i nuovi arrivati «presunti infetti dal virus, dopo aver eseguito i tamponi su di essi, per ben due volte sono risultati positivi al virus» sarebbero dovuti essere trasferiti ai rispettivi piani e celle, ma i detenuti si sono opposti pacificamente a questa decisione. 
«Stiamo vivendo un vero e proprio incubo surreale da tre giorni a questa parte, noi familiari e i nostri detenuti. Mio padre tra l'altro era lavorante da una settimana, e ad oggi hanno predisposto dei tamponi per tutto l'equipe del carcere, tranne che per i detenuti. Attualmente, come ho attinto dalla telefonata con mio padre tutti i detenuti delle sezioni stanno attuando uno sciopero pacifico, ovvero lasciano le celle aperte».

Fonti interne al carcere, però, riferiscono che non è vero che i trasferiti non siano stati portati su per volontà dei detenuti, ma perché tutti sono stati tenuti isolati in quarantena fino all’esisto del tampone e sono risultati positivi una e non due volte. Inoltre, a quanto pare il tampone non è stato predisposto tampone per tutta l’equipe del carcere ma solo a chi è stato in contatto ravvicinato e per un lasso di tempo prestabilito.

«Le guardie che operano all'interno dell'Istituto sono sempre le medesime, pertanto, senza le adeguate precauzioni sanitarie in grado di proteggerle dal virus, si sa, che un virus così letale tanto da mutare in una vera e propria pandemia globale, in un carcere troverà sicuramente un focolaio già predisposto», continua la lettera della figlia di un detenuto.

Le celle, da quanto si apprende da fonti interne al carcere, sono lasciate aperte dalle 11.30 alle 19.30, per la cosiddetta vigilanza dinamica, in quanto concesso dal direttore che ne ha facoltà di attuarla e non quale protesta dei detenuti, che comunque le testimonianze confermano essere stata pacifica.
«Non è assolutamente ammissibile - si conclude così la lettera - a che un detenuto, seppur già privato della propria libertà, gli venga privato il diritto alla VITA, il diritto di riscattarsi, una volta scontata la propria pena, il diritto di VIVERE. Non potete abbandonarci. Non ora. Non così. Abbiate umiltà, abbiate coscienza, cogliete il senso della vita e fatela vivere ai nostri detenuti. Se moriranno altri detenuti, a Tolmezzo, così come in altre strutture, allora questo si proclamerà un vero e proprio GENOCIDIO da parte delle istituzioni, e da tutti coloro che non hanno fatto nulla per trovare un'adeguata via d'uscita a tutto questo».

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