I genitori di Marco Rizzetto continuano a invocare giustizia per la sua morte

Daniele Colautto, ex consigliere di Ronchis, è stato condannato per omissione di soccorso nei confronti della sua "amante". Ma per lo stesso reato nei confronti di Rizzetto, il giovane travolto e ammazzato dalla donna, potrebbe farla franca

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di UdineToday

Quattro mesi e il pagamento delle spese processuali. Questa la pena inflitta martedì 26 luglio 2016 dal giudice del Tribunale di Pordenone, dott.ssa Licia Consuelo Marino, all'ex consigliere comunale di Ronchis Daniele Colautto, 56 anni - assistito dall'avvocato Francesco Gasparinetti, che ha chiesto il rito abbreviato -, nel processo che lo vedeva imputato per omissione di soccorso nei confronti della sua "amante" Rosanna Tabino, 45 anni, pure lei di Ronchis: il Pubblico Ministero, Patrizia Cau, in virtù delle attenuanti generiche, aveva chiesto un mese. Al dibattimento non era presente l'avvocato della donna, che si era costituita parte civile.

La "coppia" è la "protagonista" del drammatico caso di Marco Rizzetto, recentemente balzato anche agli onori delle cronache nazionali essendosene occupata la nota trasmissione di Rai Tre "Chi l'ha visto?", su iniziativa dei genitori, Giorgio e Susanna, e di Studio 3A, la società specializzata a livello nazionale nella valutazione delle responsabilità civili e penali, a tutela dei diritti dei cittadini, a cui la famiglia del ragazzo si è rivolta per ottenere giustizia, attraverso il consulente personale Diego Tiso.

Il 2 maggio del 2014 i due amanti, che intrattenevano una relazione extraconiugale, si appartano all'East Park di Fossalta di Portogruaro, in provincia di Venezia, a bordo della Volkswagen Passat della (oggi) 45enne. La quale, stando a quanto avrebbe poi riferito agli inquirenti, "sentendosi" seguita e vedendosi puntare dei fari contro da un'autovettura che evidentemente aveva riconosciuto (altrimenti non si spiega una simile reazione), inizia una fuga lungo le strade della zona industriale travolgendo a cento km all'ora la Ford Fiesta del giovane, di soli 23 anni, residente a Portogruaro, che sta andando tranquillamente per la sua strada con diritto di precedenza e la cui unica "colpa" è quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato: stava semplicemente provando la sua auto che gli dava delle noie al motore. Per il ragazzo non c'è stato scampo.

La Tabino per l'omicidio colposo ha già patteggiato 21 mesi, senza fare un giorno di carcere, ma è rimasta aperta la vicenda giudiziaria legata a tutte le omissioni, i ritardi e i depistaggi messi in atto sulla pelle dell'incolpevole giovane dai responsabili del sinistro per coprire la "tresca". Che in quella macchina ci fosse anche Colautto, infatti, lo si scoprirà solo il giorno dopo attraverso una confidenza ai carabinieri dell'amica e medico di famiglia della Tabino, la (oggi) 49enne Angela Scibetta, anche lei di Ronchis, che avrà un ruolo chiave nella vicenda, e grazie al ritrovamento di un mazzo di chiavi dell'auto dell'allora consigliere comunale nella vettura dell'amante. Colautto, infatti, uscito illeso dall'incidente, fugge, percorre due chilometri a piedi e si fa venire a prendere da un amico dell'Aci, lasciando le altre persone coinvolte al loro destino, in quel "deserto" di asfalto, soprattutto il ragazzo.

Il resto della storia è tristemente noto. La Tabino, che resta ferita, ma che riporterà di rilevante solo la frattura di una caviglia, dà l'allarme soltanto alle 22.14, quasi un'ora dopo il sinistro, avvenuto - si presume - poco dopo le 21.30, ma non telefona al 118 bensì, appunto, alla Scibetta: sarà il suo medico di base lungo il tragitto a chiamare i soccorsi. Ma, inspiegabilmente, la dottoressa di fatto presta soccorso solo all'amica ferita. Ai carabinieri dichiarerà di aver gridato a gran voce verso la macchina di Marco Rizzetto, la cui portiera non era bloccata e si poteva aprire benissimo, ma senza avvicinarsi e di non aver ottenuto risposta. Di sicuro non ha visitato nemmeno sommariamente il ragazzo per accertarsi dei suoi parametri vitali, al punto che i familiari del giovane, oltre che contro Colautto, hanno presentato una denuncia per omissione di soccorso anche nei riguardi della dottoressa.

Il risultato di questa serie di omissioni è che la prima ambulanza arriverà sul posto circa un'ora e mezzo dopo il fatto, alle 23.05, e il giovane medico della Guardia Medica che interviene non può che constatare il decesso di Marco. L'assurdo della vicenda è che Colautto è stato rinviato a giudizio e ora anche condannato solo per l'omissione di soccorso nei confronti dell'amante che ha causato l'incidente e la morte del 23enne. Il Pm che segue l'inchiesta per l'omissione di soccorso nei confronti del giovane, infatti, la dott.ssa Monica Carraturo, ha chiesto già due volte l'archiviazione a fronte del fatto che Marco sarebbe morto sul colpo e quindi, secondo la giurisprudenza prevalente (non tutta, però), verrebbe meno l'oggetto del reato. Il fatto è che non vi è alcuna certezza in merito all'ora della morte, perché il dottore della Guardia Medica non effettua alcuna verifica dei parametri post mortem e, soprattutto, anche in seguito a tutti questi depistaggi, sulla salma non viene disposta ed effettuata l'autopsia. Il Pm dà il nulla osta per la sepoltura prima ancora che inizino gli interrogatori degli indagati. Anzi, secondo una perizia di parte della famiglia, il ragazzo avrebbe agonizzato dai 30 ai 60 minuti, e quindi si sarebbe potuto soccorrere e forse anche salvare.

Nell'udienza del 12 luglio scorso, in cui è stata discussa l'ennesima opposizione all'archiviazione, l'avvocato della famiglia si è battuto per il rinvio a giudizio di Colautto, sottolineando come l'omissione di soccorso si sia verificata nel momento stesso della fuga, perché, anche ammesso che Marco fosse deceduto sul colpo, l'ex consigliere comunale questo non poteva saperlo. In second'ordine, è stato chiesto alla Procura di effettuare ulteriori accertamenti medico legali per stabilire con certezza come e quando sia sopraggiunta la morte del ragazzo: i familiari, sia pur con una decisione molto sofferta, hanno dato anche l'assenso alla riesumazione della salma per poter effettuare uno speciale esame, una risonanza magnetica total body. Un approfondimento di indagini al quale, peraltro, l'avvocato difensore del Colautto non si è opposto.

Il giudice, dott.ssa Piera Binotto, si è riservata la decisione, che i familiari e Studio 3A stanno attendendo con ansia e ora anche con maggior fiducia dopo la condanna comminata ieri. Il papà di Marco, Giorgio Rizzetto, ha anche scritto due volte a Papa Francesco ottenendo sempre una risposta dal Pontefice, che ha condiviso il dolore della famiglia e anche la sua sete di giustizia: i familiari di Marco non cercano vendetta, ma semplicemente giustizia; sanno bene che purtroppo nulla riporterà indietro il loro figlio, ma per loro sarebbe almeno un motivo di consolazione la giusta punizione per chi ha lasciato morire il loro ragazzo. Anche perché non abbia a passare il concetto che si può abbandonare per strada qualsiasi persona ferita, tanto poi la si passa liscia.

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