L'odissea di una trattoria, cerca personale da 4 anni senza trovarlo

La storia ci è stata raccontata da Tamara Patriarca, che assieme al fratello Giuliano gestisce "Alla frasca" di Siacco. «Abbiamo valutato 200 persone»

«In quattro anni di gestione abbiamo valutato circa duecento persone - tra prove "sul posto" e analisi dei curriculum -, e non abbiamo trovato nessuno che andasse bene». A parlare è Tamara Patriarca, che assieme al fratello Giuliano - dopo diverse esperienze nel settore - gestisce il ristorante “Alla frasca” di Siacco, frazione di Povoletto. In tutto questo tempo i due non sono riusciti a individuare qualcuno che collaborasse con loro con continuità.

Il trattamento economico

Com’è possibile che in tempi di crisi lavorativa non si trovi nessuno disposto pronto a impegnarsi? «Non è una questione di trattamento economico - tiene subito a precisare Patriarca -, perché abbiamo sempre proposto le soluzioni contrattuali e remunerative che prevede la legge. Nessun sotterfugio. Non ne abbiamo nemmeno mai fatto una questione di età, per sfruttare gli eventuali vantaggi di un contratto di apprendistato, andrebbe benissimo anche una professionalità matura. Vorremmo solo qualcuno pronto a lavorare in ristorante in sala - a tempo pieno o con altre disponibilità -, e non siamo in grado di individuarlo».

I canali

«Tranne le interinali - spiega Patriarca - abbiamo tentato tutte le strade, in maniera continuativa. Siti internet, social, passaparola, stage con le scuole. Non c’è stato nulla da fare. Gli unici risultati concreti sono stati quelli di due giovani, un ragazzo e una ragazza, bravissimi, che collaborano coprendo alcune fasce orarie. Il problema è che per motivi personali non riescono a far fronte a tutto il nostro fabbisogno».

Le criticità

Di selezioni ne sono state fatte, ma tutti quanti gli aspiranti pare abbiano esigenze diverse rispetto a quelle di una vita lavorativa in un ristorante. «I casi sono molteplici - racconta Patriarca -, con le richieste più disparate, non di certo in linea con la professione che i candidati si sono scelti. Si va da chi non vuole lavorare il sabato e la domenica, a chi pretende di essere a casa alle 18, passando per chi non vuole un contratto perché preferirebbe lavorare “in nero” per prendere la disoccupazione». Timore di un possibile impegno ogni giorno? «No, affatto - precisa Patriarca -. Può essere capitato che un giorno un nostro collaboratore lavorasse dieci ore, ma il giorno dopo ne ha fatte sei. Il contratto è chiaro, e parla di 40 ore settimanali. Noi titolari ne facciamo di più, ma è la nostra attività e ci sta. La sorte non tocca di certo al dipendente, che ha bisogno di essere lucido e riposato per fare il suo dovere».

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Il pericolo

Andando avanti di questo passo c’è il rischio, paradossale, che Tamara e il fratello siano costretti a ridimensionare la loro attività a causa della mancanza di aiuto. «Gli affari vanno bene, non mi faccio problemi a dirlo. La questione - chiude Patriarca - è che andando avanti di questo passo dovremo abbassare il numero dei coperti dopo tutti i sacrifici fatti per arrivare a questo livello».

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