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Cronaca

Generazione Z: a Udine apre lo sportello per le dipendenze digitali

Un centro di ascolto per i genitori di giovani e giovanissimi che abusano di videogiochi e social. Un 'idea di Pollicino, costola dell'udinese Hattiva Lab

Ormai è allarme dipendenza per i bambini e adolescenti, sempre più immersi in realtà virtuali di videogiochi, chat, e social. Strumenti che li allontanano dalla “vera” realtà, fatta di amici e scuola. Il rischio, nei casi più gravi, è quello del ritiro sociale, che può sconfinare nell’auto-esclusione dal mondo esterno.  In aiuto dei genitori alle prese con questa situazione, c'è lo sportello di ascolto dedicato alle dipendenze tecnologiche attivato a Udine da Pollicino, una costola della onlus Hattiva Lab.

Come funziona

Un servizio gratuito, aperto ai genitori di ragazzi fino ai 18 anni (ma anche di preadolescenti di 9-10 anni) alle prese con questo conflitto invisibile. Verrà tenuto da una psicologa specializzata in psicopatologie dello sviluppo, che vuole rispondere alla preoccupazione di molte famiglie friulane e alle domande che si pongono quotidianamente. Lo spazio di sostegno alla genitorialità di Pollicino è aperto fino al 21 febbraio presso la sede di Hattiva Lab, in via Porzus 62 a Udine, il lunedì dalle 17.45 alle 18.45, il giovedì dalle 11 alle 13, alcuni sabati. colloqui sono possibili anche online (prenotazioni: info@associazionepollicino.org). Ogni colloquio, gratuito, dura 50 minuti e offre consigli utili al riconoscimento dei segnali critici e a una prima forma di gestione del conflitto, in particolare lavorando sulla relazione e sulla modalità di comunicazione e di controllo. Lo sportello sulle dipendenze tecnologiche fa parte del progetto più ampio Spazi per scoprire: educare e crescere insieme nel nostro territorio finanziato dalla Regione Fvg e del ministero delle Politiche sociali, e rientra in un bando del terzo settore vinto da Pollicino, in collaborazione con altri partner. 

I primi segnali

È importante riconoscere i primi campanelli d’allarme - spiega la psicologa Caterina Vitale -: il cambio di interessi e di umore, la riduzione delle relazioni sociali, un calo del rendimento scolastico, la rabbia quando è impossibilitato a giocare. Un altro segnale è quando si inverte il ciclo sonno-veglia. In generale, più che le ore passate sui videogame è quanto il pensiero di volerlo impegna i ragazzi”. Il ragazzo trascorre sempre più tempo al computer o al cellulare, riservando pochissimo spazio ai compiti e allo studio. Nel videogioco trova una realtà momentaneamente migliore o più facile rispetto a quella in cui vive. Se poi il ragazzo in quel gioco sente di riuscire bene, allora l’autostima aumenta, mentre si riduce la competizione reale con i coetanei in altri campi (per esempio lo sport). "Anziché fare i compiti o litigare con qualcuno, insomma, meglio rifugiarsi in mondi virtuali. Sono i maschi ad essere maggiormente colpiti dalle dipendenze tecnologiche, prediligendo video su You Tube e i videogiochi, che danno sfogo alla competitività. Le ragazzine, invece, usano più i social, perché preferiscono il rapporto amicale 1 a 1".

Chi colpisce

Il fenomeno interessa soprattutto gli studenti della scuola media e superiore, a cui spesso si concede un cellulare per occupare il tempo. Per evitare che si cada nella dipendenza, la psicologa suggerisce ai genitori di mettere subito in chiaro le regole su orari e modalità: “Non a tavola, non la sera, non a letto, perché lo schermo è attivante e sollecita la veglia invece di conciliare il sonno”. Non è necessario negare del tutto lo strumento tecnologico, che è parte della nostra società (anche se, in particolare alle primarie, bisogna scegliere e selezionare il tipo e l’utilizzo), così come è sbagliato fare “i vigili” con i ragazzi più grandi. “Dare un cellulare a un minorenne è un atto di fiducia e come tale va rispettato. Servono solo regole condivise, con il coinvolgimento dei nonni o di chi trascorre del tempo coi ragazzi mentre i genitori lavorano”, raccomanda Vitale. Utile fare sport, anche se purtroppo con i limiti dalla pandemia, e sentire di appartenere a un gruppo, una squadra, per evitare di estraniarsi fino all’estrema conseguenza: il ritiro sociale. 

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