Fabbriche aperte con l'emergenza senza deroga: «Sono un centinaio»

Tante le aziende che in questi giorni hanno ripreso il lavoro: la Fiom si scaglia contro i grandi gruppi, accusandoli di prediligere la produzione alla tutela della salute collettiva

Avevamo scritto qualche giorno fa dello stato di agitazione proclamato dai sindacati del settore metalmeccanico a fronte dell'apertura di alcune imprese in deroga. La situazione, però, sta di giorno in giorno precipitando, visto che ad essere operative sono anche fabbriche la cui deroga non sarebbe ancora stata concessa o, nei casi peggiori, nemmeno chiesta.

Ad oggi le richieste pervenute alla Prefettura di Udine sono 1247, in gran parte metalmeccaniche, divise in: 1160 attività che sono funzionali ad assicurare la continuità delle filiere consentite da decreto (di queste 1152 sono in istruttoria e 8 sono state sospese); 38 attività degli impianti a ciclo produttivo continuo dalla cui interruzione derivi un grave pregiudizio all'impianto stesso o un pericolo di incidenti (tutte in istruttoria); 49 attività dell'industria dell'aerospazio e della difesa, oppure altre attività di rilevanza strategica per l'economia nazionale (di cui 3 hanno ricevuto l'autorizzazione e 46 il diniego alla prosecuzione delle attività). 

I problemi che stanno emergendo in questi giorni sono sostanzialmente due: l'apertura fuori norma di alcune fabbriche, la cui attività non è prevista dal decreto, e le condizioni in cui sono costretti a lavorare gli operai, sia di queste ma anche di quelle che hanno ricevuto la deroga. Sono stati forniti i dispositivi di protezione individuali ai dipendenti? Alla domanda stanno cercando di rispondere le sigle sindacali.

Deroghe e non deroghe

«Le aziende che hanno chiesto deroga sono quasi 1300, la maggior parte delle quali metalmeccaniche. Sappiamo per certo che molte stanno riprendendo da ieri, in attesa che il prefetto indaghi e le fermi». A spiegarci la situazione è il segretario generale della Fiom Fvg, Maurizio Marcon.

«I titolari delle fabbriche sono consapevoli che le norme vengono fatte giorno per giorno e non è sempre chiaro cosa può succedere nel caso in cui l'inchiesta del prefetto dia un parere negtivo all'apertura». A questo dubbio ci ha però risposto il Capo di Gabinetto della Prefettura di Udine, Mara Bolzon. «Sono previste la sospensione dell'attività e la sanzione secondo l'ispezione della Guardia di Finanza».

Eppure al momento non c'è notizia di fabbriche fermate e sanzionate, ma solo di aziende che continuano ad aprire, con o senza deroga. «Stiamo dando il nostro parere su moltissime aziende segnalate al prefetto – continua Marcon – perché circa un centinaio secondo noi non dovrebbero lavorare».

Le aziende metalmenccaniche segnalate dalla Fiom sono 84, ma la preoccupazione più grande per il sindacato, in questo momento, riguarda le più grandi industrie. «Aziende blasonate come Danieli e Pittini dovrebbero stare ferme e invece stanno dando il cattivo esempio a tutte le altre più piccole, che si sentono in dovere di non perdere il passo», tuona Marcon.

Pittini e le altre

Le Segreterie Territoriali di  FIM, FIOM e UILM hanno preso atto della decisione aziendale della Pittini, avallata  dal prefetto di Udine, di ripartire con le produzioni già dalla giornata di venerdì 3 aprile. Nella settimana scorsa le organizzazioni sindacali hanno incontrato in via telematica la direzione per ricevere spiegazioni rispetto a che basi si sia richiesto il nulla osta per la ripartenza. "Ferriere Nord – si legge in una nota – ci ha spiegato che, fondendo rottame ferroso, si posiziona all’interno della filiera produttiva codice ATECO 38 , vale a dire “attività di raccolta trattamento e smaltimento dei rifiuti” e di conseguenza ha tutta la titolarità per produrre". La risposta dei sindacati non si è fatta aspettare.
 
"Le segreterie di Fim, Fiom e Uil contestano tale decisione affermando con forza che produrre acciaio non è essenziale così come disposto nel Dpcm del 22/03/2020, specialmente in questo momento dove tutto il mercato è fermo". L'attacco a Pittini è d'acciaio, così come la produzione dell'azienda.

"Facendo così il Gruppo Pittini – si legge nella nota congiunta – obbliga non solo i lavoratori diretti, ma anche i dipendenti delle aziende che lavorano in appalto all’interno dei siti produttivi (diverse centinaia di persone), a lavorare in una fase in cui solo da un paio di giorni si vede un rallentamento della pandemia".

Produzione o salute?

«Queste realtà – commenta Marcon – non hanno nulla di strategico, ma solo l'obiettivo di far quadrare i conti del bilancio. Ma se la decisione collettiva è di risolvere il problema sanitario, non ho capito come faranno queste aziende a risolverlo nel momento in cui saremo tutti malati». E ancora, «da parte della classe padronale c'è un grande livello di irresponsabilità: alcune realtà hanno fatto cose bene dall’inizio. Tante altre, come ad esempio la Danieli, no. In queste realtà il sindacato è come se non ci fosse e quindi non c’è nemmeno la possibilità di verificare l'applicazione del protocollo, come in decine e decine di altre aziende». Marcon oltretutto indica una maggiore respondabilità sul territorio udinese. «La provincia di Pordenone si sta comportando molto bene, forte di una rete di unioni sindacali che funziona bene con gli industriali e ha fatto passare un messaggio di rigore. A Udine, purtroppo, Confindustria è da due settimane che batte per la non chiusura delle fabbriche, e Pittini dichiara che deve riprendere a lavorare perché opera nel riciclo, dimostrando un grande livello di spregiudicatezza»

L'appello

La nota congiunta dei sindacati si conclude con una richiesta piuttosto accorata. "In un momento dove le libertà costituzionali vengono limitate arrecando disagi e complicazioni alla popolazione del Friuli che con grande senso di responsabilità si attiene a tutte le norme emanate per contrastare la propagazione del Coronavirus, l'azienda, dichiarando che è obbligata a riciclare rifiuti, fa ripartire gli impianti privilegiando l'aspetto produttivo mentre le scriventi segreterie ritengono giusto privilegiare la salute del personale. Il rottame, probabilmente a basso costo, in un periodo di fermata nazionale delle aziende siderurgiche o le richieste impellenti dei clienti non sono più importanti della salute dei lavoratori e in generale dei cittadini del Friuli. In un momento di grave crisi sanitaria mondiale come questo ricordiamo all’azienda e a Confindustria Udine che la responsabilità sociale d’impresa significa anche fermare la produzione per poi ripartire insieme ancora più forti di prima evitando il rischio di vanificare i sacrifici di tutti". 

Senza protezioni

Sono diverse le segnalazioni raccolte non solo dal sindacato, ma anche dalla nostra redazione, di situazioni lavorative preoccupanti. «Oltre a pervenirci segnalazioni di fabbriche aperte senza la derogha – dichiara Marcon – una delle cose più preoccupanti che ci viene detta è che gli operai e i dipendenti richiamati a lavoro, sia in aziende che possono sia in aziende che non potrebbero essere attive, è la mancanza di dispositivi di protezione individuale ma anche degli altri protocolli di sicurezza. Alcune testimonianze ci riportano la stessa situazione, cioè la consegna di una sola mascherina usa e getta per tutta la settimana, il non mantenimento delle distanze di sicurezza, la mancanza di igienizzazione e una comunicazione aziendale drammatica espressione solo di un rigurgito di virilità maschile».

Altre segnalazioni riguardano dipendenti di aziende che non hanno richiesto nemmeno la deroga («non la fanno perché sanno di non rientrare nei requisiti e quindi non avrebbero l'autorizzazione, ma decidono di lavorare lo stesso», ci spiega Marcon) e ai quali viene richiesto dai titolari di parcheggiare le auto sui retro dei capannoni in modo che non vengano viste. 

Il punto cruciale per i sindacati, rimane comunque che «anche laddove siano state ottenute la deroga e l’autorizzazione del prefetto, la conditio sine qua non per lavorare è che ci siano le condizioni sanitarie: dispositivi di protezione individuali, pulizia, sanificazione e procedure di riduzione dell’ammassamento».

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