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Chris Cornell nella foto di SEBASTIANO ORGNACCO

Chris Cornell nella foto di SEBASTIANO ORGNACCO

Il Seattle sound di Chris Cornell affascina il castello di Udine

Emozioni sul colle che domina la città per la prima tappa italiana di uno dei miti del grunge. Due ore intense, che hanno colpito al cuore le duemila e più persone presenti

Grandi emozioni. Così si apre l’evento clou della ventiduesima edizione di Udin&Jazz: all’insegna delle grandi emozioni. L’ospite, infatti, è di tutto riguardo: Chris Cornell è stata una delle voci che, assieme a Kurt Cobain e Eddie Vedder, ha portato alla ribalta mondiale il grunge, o Seattle sound. E se la maggior parte di noi lo aveva scoperto e amato sotto ai granitici riff chitarristici di Soundgarden e Audioslave, dopo l’esibizione di ieri sera al Castello di Udine la sua voce ci è arrivata in un modo nuovo, più nuda e grezza; come i toni: più pacati e intimi, ma non per questo meno affascinanti.

Sono le 20:15 quando la folla sulla salita del Castello può finalmente iniziare la scalata alla location del festival. Il cielo promette disastri ma il meteo regge, e alle 21, sopra lo stemma svolazzante della città di Udine, le nubi si diradano come in un segno del destino, e l’opening act, tale Paul Freeman, inizia il suo breve set. Mezz’ora a voce e chitarra acustica, in cui l’artista statunitense sfodera una buonissima vocalità e delle ottime canzoni, sicuramente da riascoltare.

Ma l’attenzione è tutta focalizzata sul “dopo”, su Chris Cornell che sta per arrivare. E infatti alle 22 ecco che le luci si spengono, e da fondo palco avanza lui, in una semplice felpa scura, che saluta tutta la platea prima di imbracciare la chitarra acustica e iniziare a raccontare canzone per canzone il concerto. Quasi due ore di musica intima e soddisfacente accompagnano la serata udinese, con una scaletta che spazia ogni produzione dell’artista, dai riformati Soundgarden (le celeberrime Fell On Black Days e Black Hole Sun su tutte) agli Audioslave (Wide Awake, Like a Stone e Be Yourself), dai suoi album solisti (bellissima l’opener Scar On The Sky) ai Temple Of The Dog (Hunger Strike, la più attesa, non ha deluso le aspettative). L’apice è la strepitosa cover di Thank You dei Led Zeppelin, che rincara le voci su un Chris Cornell come erede più credibile di Robert Plant.

Utopie? Per ora l’ugola miagolante del Nostro regge, e anche bene. Il contatto con il pubblico, poi, è eccezionale. Cornell ride, scherza, parla e si lascia scappare un “This is an beautiful location, f**k!” che rende ancora più saldo il meraviglioso rapporto che c’è  tra il frontman dei Soundgarden e il nostro Bel Paese. E a fine serata scendono le lacrime sui volti di qualcuno, forse consapevole di aver assistito ad uno di quei concerti che capitano raramente, in perfetto equilibrio tra emozione, intimità e musica meravigliosa. E allora arrivederci Chris, hai scelto il modo migliore per affrontare la difficile “mezz’età” del rock.
 

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