"Centro stupri", perché non basta che i ragazzi chiedano scusa

Le magliette celebrative della violenza sessuale, la difesa su Twitter inneggiando ai lager e alimentando odio razziale. La vicenda dei sette ragazzi friulani nel nostro commento

Una bravata, l’hanno definita, senza dar peso alle parole. No, questa scusa non esiste più. Non in una società dove l’istruzione è accessibile, dove i diritti dovrebbero essere garantiti. Però è così, è questo condizionale a scombinare le carte in tavola e a rendere il gioco ancora squilibrato, nonostante tutto. 

Nonostante anni di battaglie e una presunta civilizzazione. Prenotare un tavolo da discoteca per festeggiare un compleanno dove sono invitati soli maschi, giovani, bianchi, occidentali e benestanti, non con il proprio nome ma con la dicitura “Centro stupri”, rende quel “presunta” una certezza. 
La nostra è una società squilibrata, dove gli scherzi diventano realtà, dove tutto è concesso, dove una scusa sui social è sufficiente a giustificare un reato. Perché di questo si tratta, apologia della violenza. 

Quel che è successo al Kursaal di Lignano Pineta e, qualche giorno prima in un ristorante di San Daniele del Friuli, quando dei ragazzi si sono presentati con magliette celebrative con stampate la scritta “Centro stupri” e il loro soprannome, sono – ahinoi – solo la punta del’iceberg. Perché questi ragazzi non hanno fatto una bravata. Questi ragazzi, giovani uomini di vent’anni con famiglie benestanti alle loro spalle, hanno una testa per pensare e infinite possibilità di scelta, e tra queste hanno optato per una direzione ben precisa, dove la superficialità dell’atto nasconde soltanto la grande superficialità dell’essere. 

I ragazzi, anzi no… smettiamola di chiamarli così, hanno venti e passa anni, non tredici, guidano, votano e pensano. Queste persone, coscienti e adulte, hanno deciso di stampare delle magliette, di darsi un nome e di renderlo pubblico, postando foto e scritte sui social, per diversi giorni, prima e durante le due occasioni. 

“Centro stupri” è solo uno degli indizi che compongono la prova dell’infinito bisogno che c’è di profondità di pensiero, di educazione, di cultura. Ci sono i riferimenti razziali e razzisti (la parola “negro” è molto raffinata e ricorda i bei periodi, scrive uno). “Certe signorine dovrebbero prendere solo i c…i in bocca e stare zitte”, replica un altro. “Comunisti di merda”, rincara la dose un altro ancora. 

E le signorine, come le chiamano loro. Alcune amiche stanno al gioco, veleggiando sulla stessa superficie di coscienza sottile e preoccupante dei loro coetanei maschi.  Ma il peggio è davvero questo o il fatto che il caso scoppi solo dopo? Dopo che in questi giovani si è consolidato il pensiero che tutto ciò sia normale.  Chi ha stampato le magliette non ci ha riflettuto? Chi ha prenotato il tavolo a quel nome non si è fatto venire dei dubbi? Chi ha educato, trascorso del tempo, parlato con questi giovani non si è accorto di nulla? 

In questa storia, ci dispiace ammetterlo, il peggio è davvero tutto. Perché chiedere scusa non basta. Non basta dopo che anche la privacy di queste persone è stata tutelata dai media locali e nazionali e a loro, che se lo possono permettere, è stato dato il tempo di chiamare gli avvocati di famiglia. Mentre alle donne che possono essere stuprate e ai negri che possono essere insultati, il tempo di essere umani e di essere trattati come tali, non è concesso.

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