L'Ospedale cerca personale sanitario, la Casa di Cura lo mette in cassa integrazione: è scontro

Duro botta e risposta tra Massimo Braganti e Claudio Riccobon, numeri uno della struttura pubblica e di quella privata

Sono passate poche ore da quando è arrivata la comunicazione della messa in cassa integrazione di 200 dipendenti della Casa di Cura Città di Udine che immediatamente si è scatenato il caos: a sferrare un duro attacco è il direttore generale dell'Azienda Sanitaria Friuli Centrale Massimo Braganti, accusando sostanzialmente l'azienda privata di non collaborare in questo momento di emergenza sanitaria. 

Braganti

«Rimango esterrefatto – fa sapere Braganti con una nota ufficiale –. Da diverse settimane, segnatamente da metà marzo, il sottoscritto, insieme alla direttrice sanitaria dell’azienda, abbiamo incontrato il direttore sanitario della Casa di Cura. In quella sede, oltre a chiedere la disponibilità ad accogliere nostri pazienti dalle medicine per potenziare le aree dedicate al Covid, in conseguenza della riduzione di attività imposta dalla normativa vigente abbiamo richiesto la messa a disposizione di tecnologia per rianimazione (ventilatori ndr)».

Riccobon

La replica arriva immediatamente dall'amministratore delegato della Casa di Cura, Claudio Riccobon. «La prima cosa che mi viene da dire è che ad essere esterrefatto sono io, visto che dopo che ci è stato chiesto di mettere a disposizione una cinquantina di posti letto di medicina ci siamo organizzati predisponendo tutto. Abbiamo poi notato una preoccupante altalenanza delle opinioni tra gli interlocutori e lunedì pomeriggio ci è giunta l'informazione, direttamente dall'azienda ospedaliera, che i posti non servivano più e quindi non ci sarebbe stato nessun accordo da sottoscrivere».

Lo scambio di personale

Le accuse da parte dell'azienda sanitaria non si limitano però alla questione posti letto, ma coinvolgono anche la richiesta di personale. Tra le richieste che Braganti sostiene di aver fatto alla Casa di Cura cè anche quella di «avere l’elenco di anestesisti, medici, infermieri, Oss che potessero metterci a disposizione secondo i vari istituti contrattuali (distacco dei loro dipendenti o prestazioni libero professionali). Di tali elenchi – attacca Braganti – non abbiamo ad oggi avuto notizia, mentre apprendiamo la procedura di attivazione della cassa integrazione, in un momento in cui stiamo disperatamente cercando professionisti per garantire l’apertura dei posti Covid a Udine e a Palmanova, che richiedono un maggior carico assistenziale. Appare assurdo – incalza Braganti – ricercare medici e infermieri in giro per l’Italia, avendone la disponibilità nel nostro territorio».

«Hanno gente in ferie»

 «Personale dell'ospedale in parte è in ferie, non lo posso provare ma lo so – dichiara Riccobon –. Non capisco quindi perché loro hanno infermieri in quella condizione in alcuni reparti e vengono a chiedere personale a noi. Ma, aldilà del fatto che lui si dichiari esterrefatto, noi siamo un'azienda privata e pertanto veniamo remunerati se svolgiamo prestazioni che in questo momento sono notevolmente calate. Con il fondo integrazione salariale speriamo di recuperare in parte le perdite, ma soprattutto speriamo di salvaguardare i nostri dipendenti». Questa una prima risposta di Riccobon, che poi spiega il perché di una difficoltà di spostamento di personale da un'azienda privata a una pubblica in un momento emergenziale. «Il dottor Braganti l'ho sentito per la prima volta oggi, quando improvvisamente mi ha chiesto personalmente infermieri da mandare a Palmanova per seguire i Covid. Lui dice di aver anticipato 15 giorni fa questa richiesta, ma noi abbiamo uno scambio di mail che riguarda i soli posti letto, ma non il personale. Il policlinico, come azienda privata, non molla i dipendenti per strada, ed è per questo che ha attivato gli ammortizzatori sociali. La richiesta di distacco è molto particolare e non possiamo certo decidere come affrontare la questione di uno spostamento con protocolli mai eseguiti da un giorno all'altro».

La posizione dei sindacati

«Fronteggiare un’emergenza straordinaria come quella che stiamo affrontando richiederebbe il massimo coordinamento tra sanità pubblica e privata, con l’obiettivo di sfruttare al massimo tutte le risorse umane, professionali e infrastrutturali disponibili. La situazione che si è venuta a creare al Città di Udine, comune anche ad altre realtà della regione, denota invece un’evidente mancanza di governo del sistema e di coordinamento tra pubblico e privato». È quanto sostiene la segreteria della Cgil Friuli Venezia Giulia, con la responsabile sanità e welfare Rossana Giacaz, in seguito a quanto denunciato dai vertici del gruppo Città di Udine, dove è ferma la maggior parte dei dipendenti. «Troviamo sconcertante – dichiara ancora Giacaz – che di fronte a questa emergenza i due sistemi non si parlino e che il pubblico non sia in grado di utilizzare, sotto la sua guida, tutte le risorse disponibili nell’obiettivo di combattere e fermare l’epidemia». Sulla stessa linea il segretario della Cgil di Udine Natalino Giacomini: «In una situazione come questa, segnata da un enorme fabbisogno di personale sanitario, troviamo inaccettabile – dichiara – che ci siano fermi decine di medici e infermieri già attivi sul territorio e strutture sottoutilizzate. La mancanza di una regia è evidente, tanto più in una rete di emergenza che avrebbe bisogno di essere potenziata non soltanto negli ospedali, ma anche sul territorio, a partire dalle case di riposo, che sono probabilmente il fronte più critico».

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La politica

Il primo ad esporsi è il segretario regionale del Pad Cristiano Shaurli. «Siamo in un momento di eccezionale gravità e ognuno dovrebbe fare la sua parte, anche la sanità privata: questo è uno spreco di professionalità e risorse preziose mentre siamo in carenza di personale e strutture sanitarie. Ora più che mai è necessario un lavoro di coordinamento da parte di chi sta guidando la lotta al coronavirus: l'assessore competente si faccia sentire subito, dal momento che non pare lo abbia fatto finora». 

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