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Boss della camorra comunicava dal carcere di Tolmezzo grazie a un'infermiera: "Era malata, mi ha chiesto soldi"

Salvatore Zaza, agli arresti nella struttura di massima sicurezza friulana, riusciva a impartire ordini al proprio clan grazie alla complicità di un'infermiera che gli avrebbe domandato denaro

Più volte, ricostruendo le cronache della criminalità organizzata, si è sentito parlare di boss che comandano dal carcere grazie alla connivenza di qualche funzionario. Stavolta è accaduto in Friuli, in un penitenziario di massima sicurezza. 

La notizia è di qualche giorno fa: un camorrista riusciva a impartire ordini dal carcere di Tolmezzo con la complicità di un’infermiera friulana (ora in pensione) che lavorava nella struttura di sicurezza. Il pregiudicato, al secolo Salvatore Zaza, riusciva a comunicare grazie a schede sim e telefoni cellulari forniti dall'infermiera, che gli permettevano di controllare a distanza i traffici del proprio clan. 

Nell’interrogatorio di garanzia, stando a quello che ha riferito l’avvocato difensore di Zaza, Gaetano Inserra, il camorrista avrebbe dichiarato di avere ricevuto richieste di denaro da parte dell’infermiera poiché quest'ultima aveva confidato di essere malata. Denaro però non corrisposto perché, a detta di Zaza “non potendo lavorare, non potevo provvedere”.
L’accusa per Zaza è quella di corruzione, ma anche l’infermiera è tra i 28 destinatari delle misure di custodia cautelare finiti al centro di una vasta indagine della Polizia di Roma, con le accuse di associazione di stampo camorristico truffa ed estorsione aggravata.

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