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Comitato Autostoppisti: "Non esiste una fase 2, ma deve esistere una fase Udine

Persone non automobili, commercio di prossimità, smart working sono alcuni punti proposti per la ripartenza

Di fronte alla surreale contrapposizione di apri-tutto-chiudi-tutto-e-viceversa in cui quasi tutti sono impegnati a giorni alterni, Il Comitato Autostoppisti sente l’esigenza di cercare di fare un po’ di ordine e chiarezza e capire seriamente su quali 7 snodi fondamentali la nostra città si può muovere in questo momento critico. Ne ha la forza e ne ha le capacità.

Le premesse

Nessun elemento fondamentale è cambiato da quando l’emergenza coronavirus ha bloccato il Paese: non c’è ancora una cura validata, non c’è un vaccino. I numeri dei contagi e dei morti sono stati relativamente contenuti in Regione quasi esclusivamente grazie al lockdown che qui è avvenuto in tempo e non in ritardo o in modo bislacco come in Lombardia.
Per ovvie ragioni non si può rimanere in lockdown a vita. L’allentamento delle misure di questi giorni probabilmente produrrà, tra qualche settimana, un aumento della curva dei contagi (con le ovvie pesanti e dolorose conseguenze). Quanto aumenterà questa curva? Questo è un punto fondamentale e influirà sulla possibilità di continuare a “rimanere aperti” o ripiombare in un nuovo stretto lockdown. Di buono c’è che possiamo influire su questo aspetto attraverso il nostro comportamento: distanziamento sociale; atteggiamenti responsabili e rigorosi (mascherina, guanti, disinfezione delle mani, in genere minimizzare i contatti)

I punti per la “fase Udine”

 #PersoneNonAutomobili. Il nostro mantra è oggi ancora più importante. La necessità prioritaria è infatti il distanziamento sociale e quindi: meno spazio per le auto, più spazio per le persone. In sostanza, si tratta dell’esigenza che ci ha mossi nella richiesta di referendum che abbiamo avanzato oltre un anno fa, grazie alle firme certificate di 3.500 udinesi. Lo spazio, come diciamo fin dal principio, è limitato e indirizzarlo in modo massiccio verso le automobili costituisce un limite fortissimo per le sorti della città e delle persone. L’emergenza coronavirus purtroppo lo mette in evidenza una volta di più.

Bicicletta. Come garantire la mobilità occupando poco spazio e nel contempo garantendo distanziamento tra le persone? Con questo mezzo che abbiamo tutti. Fiab abicitudine lo dice da tempo e nella nostra idea di città è un tema centrale. Le manifestazioni congiunte, a difesa della ciclabile e per un diverso utilizzo dello spazio urbano, avevano già ben chiara in mente una città con al centro le persone e le loro attività. Occorre dunque riorganizzare globalmente le vie per dare continuità e sicurezza nei percorsi ciclabili. È un mezzo economico e a disposizione della maggioranza delle persone. Può garantire di soddisfare la mobilità corto-medio raggio (<5km) che rappresenta la maggioranza della mobilità automobilistica cittadina. Udine è indubbiamente una città con caratteristiche assolutamente favorevoli per un cambiamento in tal senso. Lo stanno facendo moltissime città proprio in questo momento di crisi e il nostro continuare a rimanere fermi a guardarci i piedi non aiuta. Sarebbe il caso di darsi una mossa perché l’emergenza impone chiarezza di obiettivi e rapidità di esecuzione al posto della confusione e del caos che vediamo da lungo tempo.

Commercio di prossimità. Maggiore sicurezza, in questo periodo difficile, sappiamo che è favorita anche da limitare lo spostamento delle persone e garantire un maggiore distanziamento. Occorre dunque rendere il commercio di prossimità più attrattivo rispetto a quello nei grandi centri commerciali da cui siamo circondati (e che, tra l’altro, sono luoghi chiusi). Gli aiuti economici sono certamente fondamentali in questo momento ma se non sono inseriti in una logica globale si tratterà di un’altra occasione persa. Le risorse non sono infinite e la città deve operare dei reali cambiamenti. È quello che stiamo cercando di proporre fin dall’inizio della nostra attività proponendo una riorganizzazione complessiva dello spazio urbano cittadino. Anche la campagna-adesivi #PersoneNonAutomobili, che in poco tempo aveva già visto l’adesione di oltre 40 negozi del centro, significava proprio questo: essere coscienti della nostra interdipendenza e che la città è fatta da noi, dalle nostre attività sociali, culturali ed economiche. Ci fa piacere metterlo in evidenza perché rivolgersi al commercio e ai servizi di prossimità significa fare il bene della città e lavorare per la qualità di vita della nostra città. Ora più che mai dobbiamo ricordarcelo.

Cultura, storia, identità. Questo momento di crisi si è abbattuto con forza anche sulle attività culturali che, come i luoghi storici della città, formano quello che siamo, la nostra identità. Trovare modalità sicure, sia in piazze reali che telematiche, per il loro svolgimento non può essere considerato un tema secondario. Alcune attività possono anche essere ripensate in sicurezza. Un possibile esempio tra i tanti, se ce ne saranno le condizioni: cinema e teatro all’aperto nei parchi e nelle piazze.

Verde. La tutela dell’ambiente deve essere il punto di partenza imprescindibile di ogni politica perché è la base su cui costruiamo la nostra vita. Il rispetto e la presenza fisica del verde in città ne è uno dei simboli. Questo è il tipo di identità che vogliamo coltivare: quella del cittadino che sa di essere parte di un tutto. 8.000 firme chiedevano proprio questo: il contrario delle “porte chiuse”, soprattutto su temi così importanti. 

Smart working. Abbiamo compreso che molte attività lavorative possono essere ripensate e riorganizzate, guadagnandoci addirittura in efficienza. Cerchiamo di non scordare la lezione.

Senso di comunità: distanti ma uniti. La nostra battaglia di lungo periodo sul metodo, non è cosa di poco conto. Le “porte aperte” nelle decisioni contribuiscono a creare senso di comunità e a responsabilizzare i cittadini giacché condividiamo tutti lo stesso territorio e si progredisce solo insieme. Le “porte chiuse” che vediamo, invece, alimentano la visione di uno Stato paternalistico da cui si pretendono magiche soluzioni. In tal modo si contribuisce a costruire una comunità deresponsabilizzata. Questo può essere solo il preludio di ulteriori e più gravi problemi di cui Udine non ha certo bisogno. La nostra attività in costante dialogo col mondo associativo e le nostre proposte fatte all’amministrazione comunale dopo un confronto allargato alle categorie economiche e professionali significano proprio questo: che ognuno deve prendersi le proprie responsabilità avendo come bussola il fatto che siamo interdipendenti e che ci si salva solo assieme.

I punti che abbiamo evidenziato sono strettamente connessi tra loro. Hanno tutti l’obiettivo di rafforzare il tessuto ambientale, sociale ed economico udinese proponendo cambiamenti di contenuto e di metodo per costruire una città più forte, unita ed equilibrata. Si tratta del miglior antidoto ai momenti di crisi.

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